lunedì 24 febbraio 2014

Berenson, Piero e l'arte non eloquente

Piero della Francesca, Battaglia tra Eraclio e Cosroe, Arezzo, San Francesco.


Certe volte i titoli dei libri possono ingannare: è il caso del volumetto di Bernard Berenson Piero della Francesca, o dell’arte non eloquente, un saggio che il grande storico dell’arte scrisse nel 1950 e che la sempre degna di lode Abscondita ha ripubblicato pochi anni fa: ero convinto che fosse un saggio sul pittore di Borgo San Sepolcro, o che almeno avesse in lui il perno su cui far ruotare il discorso sull’ arte non eloquente.
In realtà Piero è solo un pretesto – cruciale, certo -, il punto di avvio di una breve rassegna delle epoche artistiche più diverse - dall'arte greca arcaica fino al Postimpressionismo di Cézanne e Van Gogh. Il viaggio è intrapreso proprio per cercare di definire le caratteristiche e dell’arte non eloquente.
Il saggio è breve e di facile lettura, per certi versi molto affascinante; inoltre è apprezzabilissima la capacità di Berenson di far dialogare opere d’arte tanto distanti. Ma anche questa volta, come dopo la lettura del saggio sull’Arco di Costantino di cui ho parlato QUI, con alcune delle posizioni di questo studioso non posso che trovarmi in disaccordo.

Bisogna tenere a mente un fatto essenziale per comprendere le finalità del saggio: esso non tratta questioni formali, ma esclusivamente contenutistiche. È lo stesso Berenson a precisarlo: «Noi qui stiamo trattando del ritratto principalmente, se non esclusivamente, in quanto “illustrazione”, e le qualità tecniche (o, com’io preferisco chiamarle: le qualità “decorative”) dell’opera d’arte ci preoccupano meno».
Possiamo allora affermare che questo è uno studio molto diverso da quello già citato sull’ Arco di Costantino: lì la forma - o meglio: la decadenza della forma -, qui il contenuto.

P.Cézanne, Ragazzo col panciotto rosso, 1880-90.  Zurigo, Collezione Bührle


Prima di cominciare la cavalcata lungo la storia dell’arte occidentale guidati da Berenson, un’ultima precisazione. Nella citazione di prima avete letto la parola “ritratto”: infatti il saggio, in maniera forse un po’ inaspettata, si trasforma in una storia del ritratto, poiché esso è il genere artistico in cui l’ineloquenza dell’arte non eloquente si evincerebbe nel modo più lampante.
Ed è dunque da Piero della Francesca che Berenson prende le mosse: così, in un primo momento, sembra che quello che stiamo leggendo sia un saggio specifico sul pittore. Infatti lo studioso parla del culto per Piero dei decenni in cui scrive, moda nata anche per via del parallelo istituito tra lui e Cézanne[1]; scrive inoltre che tale culto aveva come oggetto di adorazione quasi esclusivo il ciclo della Leggenda della vera Croce di Arezzo: Berenson confessa invece la sua preferenza per la Flagellazione.
Il fatto è che, secondo Berenson, i cultori a cui fa riferimento non capiscono l’essenza dell’arte pierfrancescana: l’ineloquenza, appunto. «Piero della Francesca sembra sia stato contrario alla manifestazione del sentimento, e disposto a tutto pur di evitarla. […] Guardate l’affresco con la battaglia fra Eraclio e Cosroe e la decapitazione del monarca sassanide. Nessuna adeguatezza d’azione, quasi nessuna rispondenza nell’espressione dei volti […] Unica concessione al sentimento è un fantaccino in primo piano che meccanicamente solleva un braccio inarticolato e grida come un automa […]».
Se una contenuta inespressività è la caratteristica prima dell’arte di Piero, e se essa è un modello di ineloquenza, ecco che possiamo cominciare a farci un’idea di cosa significhi “arte non eloquente”. 
Ancora l’inespressività, la non corrispondenza tra l’azione violenta e l’emotività dei personaggi, sono al centro della splendida analisi della Flagellazione. Piero, come Cézanne, odia gli sfoggi di retorica, è indifferente alla bellezza fisica come alla descrizione di emozioni: i ritratti dei duchi di Urbino «sono concepiti come se essi fossero oggetti di natura, rocce, colline: le figure vi sono dipinte altrettanto topograficamente quanto il panorama che fa loro da sfondo».

Seguite ora questo passaggio, che cito per intero, poiché determinante ai fini della comprensione del discorso di Berenson: «dopo sessant’anni di intima dimestichezza con opere d’arte d’ogni specie, d’ogni clima e d’ogni tempo, sono tentato di concludere che a lungo andare le creazioni più soddisfacenti sono quelle che, come in Piero e in Cézanne, rimangono ineloquenti, mute, senza urgenza di comunicare alcunché, senza preoccupazione di stimolarci col loro gesto, il loro aspetto. Se qualcosa esprimono, è carattere, essenza, piuttosto che sentimenti o intenzioni di un dato momento. Ci manifestano energia in potenza piuttosto che attività. La loro semplice esistenza ci appaga».
Dunque calma, pacatezza, esclusione di gestualità eccessive o di pathos, ermeticità di stati d’animo incomunicanti: ecco definita l’arte non eloquente, che per lo studioso è poi l’arte italiana - o meglio, la migliore arte italiana - contrapposta all’ “espressionismo” del Nord.
Ora, questa interpretazione è contestabile sia da un punto di vista storico[2] che estetico: perché  si viene a formulare una vacua condanna di tutta l’arte espressionistica, patetica, drammatica; Berenson sfida perfino «gli storici dell’arte a indicarmi un autentico capolavoro degli ultimi cinquanta secoli nel quale l’espressione ecceda le esigenze dell’azione e l’azione a sua volta sia più veemente, più violenta di quanto il soggetto richieda» – inutile aggiungere che di capolavori che hanno le caratteristiche svalutate da Berenson ce ne sono tanti, almeno quanto quelli rispondenti ai criteri dell’arte non eloquente.

V.Van Gogh, La sedia di Gauguin, 1888. Amsterdam, Van Gogh Museum


Insomma, anche questa volta mi ritrovo a dover concludere che le tesi di Berenson – o meglio: quelle che abbiamo visto nei due post che gli ho dedicato - sono fortunatamente sorpassate e oggi inutili.
Però devo aggiungere una cosa, che in parte mi riconcilia con questo studioso: per un aspetto, mi ha sorpreso positivamente! Infatti, quando tra le ultime riproduzioni ho visto alcuni dei ritratti e autoritratti di Degas e Van Gogh, ho temuto di dovermi sorbire una filippica fastidiosa contro la loro arte. Nel caso di Van Gogh la cosa mi sembrava praticamente certa, dato l’espressionismo esasperato delle sue tele. Invece, dimostrando un’apertura mentale che mai gli avrei concesso, Berenson riesce a scrivere cose più che accettabili sull'arte del pittore olandese.
E sentite questo passaggio, con il quale concludo: l’arte francese dell’Ottocento fino a alla prima guerra mondiale, «a onta di ogni svalutazione di tanto più meschini denigratori, non fu terra desertica ma un’epoca di produzione feconda, da potersi paragonare a qualsiasi periodo del passato. La pittura francese da David a Matisse può tener testa a quella di ogni momento precedente in Europa - anche al secolo d’oro, il Cinquecento».




[1] Per esempio da Roberto Longhi. A mio avviso la straordinaria portata rivoluzionaria di Cézanne poco a che vedere con la “tradizione italiana” tanto in voga in quegli anni.
[2] Basterebbe ricordare la nozione di Pathosformel di Warburg per ricavare un’idea del Rinascimento (è chiaro che Berenson quando pensa all’arte italiana “per eccellenza” pensa a quella rinascimentale) molto diversa.

lunedì 17 febbraio 2014

Tempi bui



E così, con un colpo di mano che certifica una volta di più che in Italia la democrazia è sospesa fino a data da destinarsi, il prode Matteo Renzi, flagello del patrimonio culturale di Firenze, è riuscito a salire al potere, in barba a qualunque meccanismo di partecipazione popolare.
Ci attendono tempi bui, molto bui.
E noi, che ci interessiamo alle sorti del patrimonio culturale, lo possiamo dire con certezza: perché è proprio in questo campo che Renzi ha mostrato nel modo più limpido quanto il suo modo di intendere la cosa pubblica sia frutto di mere trovate pubblicitarie e propaganda spicciola - spesso unite al populismo contro gli addetti ai lavori che si ribellavano alle sue scelte scellerate; quanto la sua idea di bene comune sia ad uso e consumo degli interessi e delle passerelle dei privati – vedi il caso di Ponte Vecchio chiuso ai cittadini in favore dei riccastri in Ferrari -; quanto la sua ambizione smisurata, la sua ansia di protagonismo sfrenata, gli faccia prendere in tutta sicumera decisioni gravissime e senza precedenti – basti pensare all’affresco di Vasari vergognosamente bucato a Palazzo Vecchio.
Questo è Matteo Renzi, questo e altro ancora: niente di buono.

Per cui prepariamoci.
Prepariamoci alla rivincita definitiva dell’idea farsesca del patrimonio culturale come “petrolio d’Italia”, alle privatizzazioni selvagge, agli appoggi ai progetti idioti dei vari Giacobbo d’avanspettacolo, e dunque a una politica per il patrimonio e la cultura che riprende alla grande quella dei vari Bondi e Tremonti – anzi, rinvigorendola alla grande, c’è da scommetterci.

E infatti come primo, e purtroppo scontatissimo, campanello d’allarme, abbiamo già avuto l’allontanamento di Massimo Bray dal Mibact. E come poteva essere altrimenti, dato che Bray ha mostrato nella sua concreta azione di ministro di essere totalmente agli antipodi dell’arrembante rottamatore?

E così l’azione riformista di Bray, primo vero ministro dei beni culturali dopo anni e anni di vuoto assoluto, si infrange sugli scogli della sfrenata ambizione renziana. E quel che è peggio, quell’azione - mi pare scontato - non sarà continuata, non avrà un seguito, qualunque sia il ministro che Renzi sceglierà: e questo perché Renzi, e i disvalori che egli rappresenta orgogliosamente, sono quanto di più drasticamente lontano da una autentica tutela del patrimonio culturale, con l’aspirazione connessa a fare del patrimonio uno strumento di autentica conoscenza, di crescita intellettuale, di legante della comunità: valori che Bray aveva esemplarmente rappresentato. 
Renzi ha ben altri interessi, i suoi, che col patrimonio e la sua funzione sociale e culturale non hanno nulla da spartire.

Dunque, prepariamoci al ritorno di tempi bui, molto bui.
E credo che un buon modo per prepararci consista nel non sottovalutare l’associazionismo che, nel nostro settore, sembra diventare sempre più imponente. Ammetto che, per una mia predisposizione personale, ho sempre guardato con scetticismo alle associazioni, ai gruppi, alle petizioni, specie online. Ma, data la situazione presente e prossima ventura, credo sia assolutamente necessario fare fronte comune, organizzarsi, incontrarsi, dibattere in ogni luogo, virtuale e non – come, per esempio, avvenuto per la recente questione del bando dei "500 giovani per la cultura".

Anche così,  spero, si potrà tentare di arginare questa esondazione renziana che rischia di sommergere il nostro patrimonio culturale come l’Arno fece con Firenze.