lunedì 4 agosto 2014

I Bronzi di Riace, Bruneau l'artistoide e il solito Duchamp trapassato



Interrompo la pausa estiva del blog perché, della storiaccia dei Bronzi di Riace profanati dall’idiozia di Gerald Bruneau, c’è qualcosa che secondo me va puntualizzato. E no, non si tratta del fatto che l’indignazione non deriva (come è ovvio, per me) dall’immagine omosessuale che si è voluta apporre alle due statue - che poi, in questa visione oltremodo banale e volgarmente stereotipata che viene data dell’omosessualità, v’è da scorgersi un elemento ulteriore dell’insulsaggine di questa operazione, penosa, dunque, anche da un punto di vista contenutistico.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è il seguente: dove sarebbe il nuovo in questa robaccia? E dove sarebbe l’arte?
La mia sensazione è che, in nome della demitizzazione dell’opera, della desacralizzazione dell’oggetto artistico, si vengano a giustificare le idiozie più sconclusionate; e, soprattutto, a dar loro una immeritatissima dignità artistica.
Ora, la demitizzazione dissacrante delle opere d’arte ha un padre nobile, un artista vero: Marcel Duchamp, innovatore a cui, purtroppo, tocca sovente il ruolo di giustificatore: qualsiasi porcheria si può giustificare dicendo “eh, ma Duchamp non mise forse i baffi alla Gioconda?”. Le mancanze di un discorso del genere sono secondo me evidenti:
1) Duchamp, i baffi, li mise non all’originale, ma a una riproduzione della Gioconda: Duchamp non è un vandalo; e non è un artistoide in cerca di una visibilità del tutto fine a se stessa;
2) e quindi Duchamp, operando su una riproduzione, non profana la Gioconda in quanto opera d’arte, ma la Gioconda in quanto idolo, in quanto feticcio commerciale già svuotato di senso: Duchamp, a mio avviso, non ha nulla da aggiungere all’opera d’arte di Leonardo, ma polemizza in maniera lucida su un fenomeno di vera e propria idiozia pseudo culturale – e quanto è lungimirante e incredibilmente attuale, oltre che lucida, la polemica di Duchamp, oggi che della Gioconda si vedono solo le fesserie dette da Vojager e da Dan Brown, con le torme di turisti che si accalcano al Louvre per fotografarla (e magari senza vederla) ignorando i capolavori di Tiziano e Veronese che li circondano.

Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q, 1919


Insomma, il povero Duchamp si trova, col Dadaismo, a giocare il ruolo non voluto di giustificatore di un nuovo che nuovo non è, pura fatuità.
Già, perché Duchamp, L.H.O.O.Q la realizzò nel lontano 1919: quasi un secolo fa, doveva ancora nascere mio nonno! È dunque questo il frutto del culto della novità, figlio degenere della stagione eroica delle Avanguardie storiche: un nuovo che non è nuovo affatto, un finto nuovo che è solo idiozia.

E dunque, oltre alla volgarità dell’azione di Bruneau – datemi pure del moralista, ma, tra gli altri momenti, quello il in cui il nostro artistoide insiste nella sistemazione del perizoma l’ho trovato di pessimo gusto (clicca QUI) -, cosa rimane di questa ennesima storiaccia che riguarda il nostro patrimonio culturale?
Rimangono a mio avviso due cose:
1) anche qui siamo di fronte a un evidente caso di sfruttamento del patrimonio: abbiamo a che fare con le velleità private di un artistoide che si appropria di due opere d’arte (beni comuni) per i suoi bassi fini propagandistici;
2) le persone addette alla sicurezza dei Bronzi di Riace, e che hanno permesso questo scempio tramite scarsa vigilanza, concessioni affrettate, o magari (e sarebbe forse anche più grave) vero apprezzamento estetico, devono rispondere di quel che è accaduto. A cominciare dalla direttrice del museo.

... e ora speriamo che questa miserrima vicenda non offra il pretesto per trascinare i Bronzi in un viaggio pericoloso e inutile verso l'Expo di Milano - come richiesto dall'esimio Vittorio Sgarbi che da un po' di tempo, dopo essersi spacciato per anni per storico dell'arte, fa anche credere nelle sue marchette televisive di essere un difensore del patrimonio culturale.