lunedì 8 giugno 2015

"La pecora di Giotto" torna in libreria!



Nel 1985 Einaudi pubblicava uno dei capolavori della critica giottesca, La pecora di Giotto di Luciano Bellosi, un libro che da subito si pose come spartiacque per gli studi sul grande pittore fiorentino: esso ridefiniva sotto diversi punti di vista (cronologici, iconografici, contestuali) l’intera questione giottesca.
Un libro fondamentale che in trent’anni non è mai passato di moda (si studia nelle Università, e le sue tesi rimangono centrali nel dibattito storiografico su Giotto), nonostante il fatto che dal 1985 Einaudi non l’abbia mai ristampato: situazione anomala per un classico, non a caso diventato un pezzo raro e non proprio economico del mercato dell’antiquariato.
Per fortuna, a festeggiare nella maniera migliore i trent’anni del libro è intervenuta Abscondita, una casa editrice che sempre di più, per i giovani storici dell’arte, si propone come un sicuro punto di riferimento: La pecora di Giotto torna in libreria in una nuova edizione di Abscondita, arricchito da una corposa postfazione di Roberto Bartalini, professore di Storia dell’arte medievale all’Università di Siena e allievo di Bellosi.

Perché insisto nel segnalarvi questo libro? Perché lo considero un capolavoro?
Innanzitutto è uno studio esemplare da un punto di vista metodologico. Qui siamo di fronte a connoisseurship ai massimi livelli, ad analisi stilistiche raffinate e sovente entusiasmanti; non esagero: quando, per esempio, leggerete il paragrafo Dalle «Storie di Isacco» alle «Storie di San Francesco», noterete la capacità rarissima di Bellosi di rendere davvero parlanti i dettagli delle opere; lo stile diventa con Bellosi un qualcosa di oggettivamente esperibile e, di conseguenza, chiaramente comunicabile. Tutto ciò tramite una prosa asciutta che esalta il lettore senza rincorrere barocchismi e artifici – e che proprio per questo risulta più aderente al dato figurativo.
Ma non c’è, nella Pecora di Giotto, solo analisi stilistica; anzi, una delle maggiori conquiste del libro è l’evidenziazione di un tema iconografico di enorme portata: il passaggio dal san Francesco barbuto tipico della pittura duecentesca al san Francesco sbarbato inaugurato da Giotto. Un tema essenziale: ci svela il contenuto ideologico, politico e religioso delle Storie di san Francesco, ed è uno dei cardini della rivoluzionaria proposta cronologica di Bellosi per gli affreschi della Basilica Superiore di san Francesco ad Assisi – questo è uno dei temi più importanti del libro, uno dei più innovativi: non vi anticipo altro.

Ma ancora, uno dei maggiori insegnamenti metodologici della Pecora di Giotto si potrebbe riassumere con un motto del genere: ragionare per contesti! Per risolvere il grande tema della questione giottesca – capire chi è il pittore che, dipingendo le Storie di Isacco e le Storie di san Francesco della Basilica Superiore di Assisi, fonda la moderna arte italiana – non possiamo fermarci a quegli affreschi: l’analisi storica deve allargarsi a considerare il più generale contesto storico artistico in cui il problema si innesta.
Dunque La Pecora di Giotto è certamente un testo fondamentale per lo studio di Giotto, ma lo è anche per la ricostruzione critica della carriera di Cimabue, uno dei pittori più grandi e più problematici della storia dell’arte italiana (qui Bellosi pone le basi della grande monografia cimabuesca del 1998); per l’inserimento della rivoluzione pittorica di Assisi nel più vasto contesto dell’Europa gotica; per la rivalutazione della pittura romana della fine del Duecento.
Quest’ultimo è, per quanto mi riguarda, uno dei punti più importanti e più attuali del libro: Bellosi dimostra che l’ambiente artistico romano è un qualcosa di troppo ricco e vivo per restringerlo alla sola figura di Pietro Cavallini, e che altrettanto grande e importante era Jacopo Torriti – di Filippo Rusuti, il terzo grande pittore romano, Bellosi offre una disamina critica acutissima. Tutto il capitolo «Romanizing» o assisiate? è dunque importante perché rivaluta davvero la Roma artistica della fine del Duecento nella sua complessità storica, ponendosi oltretutto come ottimo antidoto a certe fantasie cavalliniane anche recenti. Ma su questi temi avrò modo di tornare più estesamente.

Mi fermo. Però vi consiglio, prima di chiudere, di cliccare QUI: potrete leggere la postfazione di Bartalini, un saggio che vi farà capire ancor meglio quanto lo studio della Pecora di Giotto sia indispensabile.

Infine ho il grande piacere di anticiparvi che il post di lunedì prossimo sarà una mia intervista alla storica dell’arte Giovanna Ragionieri: la Ragionieri è stata una delle principali allieve e collaboratrici di Bellosi e, tra l’altro, ebbe un ruolo diretto nelle fasi di pubblicazione della prima edizione del libro. Un’occasione d’oro per saperne di più su Luciano Bellosi e questo suo capolavoro giottesco.

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