lunedì 27 luglio 2015

Consigli di lettura n.4

Come ogni anno, prima della pausa di agosto, eccovi una selezione dei consigli di lettura apparsi sulla pagina Facebook di Kunst. Buona lettura!


M.Barbanera, Metamorfosi delle rovine. Electa 2013
Il libro con cui apro questi consigli di lettura è secondo me stupendo, una delle migliori letture di quest’anno. Cosa hanno significato le rovine dei monumenti antichi per la storia culturale dell’Occidente? Come si è svolta la riflessione su di esse? Marcello Barbanera, tra i più importanti archeologi italiani, scrive un saggio denso e affascinante – e che si legge in maniera scorrevole - che tratta il tema delle rovine nei diversi ambiti della cultura umanistica: accanto all’archeologia, Barbanera chiama in causa la letteratura (Proust, per esempio) e la storia dell’arte, la riflessione filosofica e quella politica, realizzando infine un discorso essenziale che chiama in causa il tema della Tutela del patrimonio culturale e del restauro, nonché quello della Museologia.  Il discorso storico, insomma, si unisce alla riflessione sul presente, sul ruolo che il passato, con le sue memorie monumentali, può e deve avere per l’uomo contemporaneo. Così i riferimenti alla storia dell’arte, in passaggi brevi ma affascinanti, fanno riferimento ad artisti come Maso di Banco e Mantegna, ma anche ad artisti attuali come i coniugi Poirier, autori di una archeologia soggettiva e non scientifica che Barbanera ricostruisce in modo davvero avvincente. Insomma, anche per il riferimento a una situazione attuale che, in materia di Tutela, non si presenta troppo rassicurante – lo studioso fa riferimenti puntuali a specifiche situazioni critiche – la lettura di questo saggio diventa davvero consigliata: ci ricorda, Barbanera, che riflessione storica e discorso sul presente devono andare di pari passo.


E.Kris, O.Kurz, La leggenda dell’artista. Bollati Boringhieri (edizioni varie).
Nella storia della critica d’arte questo libro ha un’importanza tutta particolare: seguendo infatti (sono gli stessi autori a precisarlo) la lezione di Franz Wickhoff e Julius von Schlosser da un lato, e dall’altro quella di Aby Warburg e Erwin Panofsky, Kris e Kurz si pongono come punto di incontro tra le due grandi tradizioni della Scuola di Vienna e dell’iconologia – basti ricordare l’importanza della figura di Kris per la formazione di Ernst Gombrich. Il libro si occupa di un genere specifico della letteratura artistica, la biografia, genere che si sviluppa fin dall’antichità e che si impone a Occidente come a Oriente. L’idea degli autori è insieme semplice e ricca di implicazioni: le biografie, a prescindere dal contesto socio-culturale in cui appaiono, presentano fatti e aneddoti ricorrenti, veri e propri topos narrativi la cui origine risale in prevalenza all’antichità classica e alla mitologia greca: è questo il grande bacino da cui attingere per poi rielaborare e sviluppare gli aneddoti che infarciscono le biografie di artisti fino a Vasari e oltre - per esempio il tema dell’enfant prodige, dell’artista bambino che sorprende tutti, in primis un grande maestro che lo vede all’opera (Cimabue e il piccolo Giotto, per esempio – ma, aggiungo, per la fondatezza di questo aneddoto si legga La pecora di Giotto di Luciano Bellosi).  L’importanza di questi aneddoti per una lettura sociologica della storia dell’arte è evidente, poiché questi racconti, veri o inventati che siano, ci indicano il modo in cui una data epoca ha considerato l’arte e gli artisti (per esempio, i racconti delle sottomissioni di re e imperatori - da Alessandro insultato da Apelle a Carlo V che raccoglie il pennello caduto a Tiziano - ci dicono molto dell’ascesa sociale e dell’importanza nella vita pubblica che gli artisti hanno acquisito in particolari epoche); e oltre a ciò, gli aneddoti agiscono come esempi narrativi delle teorie estetiche dominanti. L’impostazione metodologica del libro, come Kris e Kurz sottolineano più volte, è rigorosamente storica; ma un’ interpretazione psicologica del significato degli aneddoti fa da sottofondo a tutto il testo e si presenta chiaramente nel finale, diventando, secondo Gombrich, ”il senso e la sostanza del saggio”.


Imperiituro. Renovatio imperii. Ravenna nell’Europa ottoniana, catalogo della mostra, 2014.
Questo libro è il catalogo della mostra ravennate dedicata alla Renovatio carolingia e ottoniana. Il volume e la mostra sono il frutto di un preciso progetto culturale e politico: nel ricostruire (principalmente attraverso le opere d’arte e la storia di Ravenna) la vicenda multiculturale dell’Europa dominata da Carlo Magno e dai suoi eredi, si vuole proporre un modello all’Europa attuale che deve affrontare la sfida dell’integrazione e dell’unità; l’unità europea per cui qui si combatte è dunque di tipo culturale e non solo economico – e questi ultimi mesi ci hanno insegnato quanto tutto ciò sia complesso. La precisa scelta critica è allora quella di mostrare, dell’esperienza carolingia e ottoniana, prevalentemente la parte multiculturale e aperta alle diversità: abbiamo qui un esempio di come il patrimonio culturale e la storia dell’arte vengano utilizzati per servire una causa politica e culturale di primaria e attuale importanza (in barba a chi sostiene una astratta lontananza dai temi politici e sociali di questa disciplina). Di tutti questi aspetti dà conto il bel saggio d’apertura di Maria Pia Guermandi (curatrice insieme a Silvia Urbini): una lettura a mio avviso essenziale per avviarsi verso una giusta politica del patrimonio. Poi ci sono i saggi, e le schede: queste ultime sono molto brevi, eppure capaci di aprire il lettore a opere d’arte non sempre notissime, ma straordinarie. Per quanto riguarda i saggi, al di là di quelli che affrontano le “sopravvivenze” dell’idea di “Renovatio imperii” in epoche successive, mi piace segnalare i saggi storico artistici di Carlo Bertelli (che in sole quattro pagine realizza un mirabile affresco dell’arte carolingia) e, soprattutto, di Claudio Franzoni, dedicato alla pratica del riuso dell’Antico nelle opere carolingie e ottoniane: quest’ultima è davvero una lettura splendida, che mostra quanto la storia dell’arte medievale sia complessa, ricca e attuale – quanto è vicina la pratica dell’appropriazione nell’arte contemporanea alle esperienze artistiche di cui qui si parla?


E.Castelnuovo, Arte delle città, arte delle corti. Einaudi 2009.
Un piccolo capolavoro della Storia dell’arte medievale, scritto da uno dei più importanti storici dell’arte del secondo Novecento: questo è Arte delle città, arte delle corti, il piccolo, intenso saggio di Enrico Castelnuovo (pubblicato originariamente nel 1983) che qui vi presento.  Questo saggio è un’ottima introduzione all’arte italiana del Duecento e del primo Trecento, e contemporaneamente una ricca miniera di spunti e suggestioni: una lettura complessa e problematica ma allo stesso tempo molto piacevole; il primo capitolo, per esempio, è da un punto di vista teorico e metodologico davvero istruttivo: svela l’enorme complessità di termini ormai radicati e scontati (Gotico), il nodo teorico dello stile e dei diversi modi in cui esso si manifesta e si consolida (la gran questione della penetrazione dell’architettura gotica in Italia), il ruolo di agenti diversi nello sviluppo stilistico (non solo gli artisti). Così, in queste pagine, si ripercorre la grande fase artistica, tanto determinante per lo sviluppo dell’arte italiana, del regno di Federico II; si certifica l’importanza delle “arti minori”; si parla estesamente della grande rivoluzione che ebbe luogo nella Basilica francescana di Assisi ad opera di Giotto e non solo, con la nascita del nuovo problema spaziale tipico della pittura italiana. Questo e altro ancora: per esempio la fondamentale apertura all’arte europea, in cui l’arte italiana, a onta di tutte le chiusure e i confini, viene organicamente inserita. Insomma, una lettura assolutamente avvincente, e necessaria per chi voglia occuparsi degli ultimi secoli del cosiddetto Medioevo: il saggio di Castelnuovo ha davvero aperto tante porte, problemi fondamentali su cui la Storia dell’arte si interrogherà ancora a lungo.


F.Gandolfo, F.Ghione, Giotto e il punto di fuga, in Giotto e il Trecento, catalogo della mostra. Skira 2009.
Nel voluminoso catalogo della mostra romana del 2009 Giotto e il Trecento, edito da Skira, ci sono alcuni saggi decisamente imbarazzanti: da parte di certi “insigni studiosi” si sono lette autentiche baggianate, alcune addirittura offensive per Giotto e gli studi giotteschi. Di questo vi ho parlato più diffusamente nel blog, QUI e QUI (e tornerò a farlo); in questa sede voglio però dire che, in quel coacervo disorganizzato di studiosi diversi, sono presenti anche saggi molto interessanti e scientificamente fondati; alcuni di essi, addirittura, mi sembrano davvero importanti per la comprensione dell’arte di Giotto: Giotto e il punto di fuga, di Francesco Gandolfo e Franco Ghione (vedete una pagina nella foto) è uno di questi. Un saggio fondamentale perché mette in luce le strategie compositive del Giotto pittore di architetture, del Giotto che fonda il nuovo concetto spaziale della pittura italiana, mostrandone le costanti (bellissimo il discorso sul “frescante prospettico”); una lettura importante perché dimostra ancora una volta che il creatore delle Storie di Isacco e delle Storie francescane di Assisi, della cappella degli Scrovegni e della cappella Bardi è sempre lo stesso inarrivabile artista: Giotto.


C.Frugoni, L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni. Einaudi 2008.
Un libro che, tra belle immagini a colori di tutti (o quasi) gli affreschi, e testi scritti da specialisti dell’opera di Giotto, presenta molto bene la cappella degli Scrovegni a Padova, tra i capolavori del grande pittore fiorentino: questo è L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni, volume a firma di Chiara Frugoni che, a mio avviso, si muove molto bene tra ricerca e divulgazione. Come il titolo lascia supporre, e in ossequio alla sua formazione di storica, la Frugoni si concentra sulle questioni della committenza e dell’iconografia: perché lo Scrovegni edifica la cappella? E quale messaggio vogliono trasmettere le scene dipinte da Giotto? Secondo la Frugoni – e questo è molto interessante, e credo anche innovativo – non c’è nessuna volontà di espiare peccati di usura: Enrico Scrovegni vuole in realtà “solo” autocelebrarsi, imponendo una lettura precisa degli affreschi mariani. A parte questo, la Frugoni procede anche con un’analisi specifica delle singole scene (c’è però da dire che non tutte le scene sono analizzate con lo stesso grado di approfondimento), spiegandone ora il senso formale, ora (soprattutto!) quello contenutistico, e svelandone il retroterra culturale: Giotto, per esempio, come restauratore dell’Antico. Ad accompagnare il saggio principale della Frugoni, abbiamo la trascrizione del testamento di Enrico Scrovegni, e soprattutto il bel saggio formale di Riccardo Luisi, Le ragioni di una perfetta illusione, maggiormente incentrato sulle impressionanti novità stilistiche proposte da Giotto. Insomma, questo libro, come dicevo, unisce alla ricerca la migliore divulgazione; ecco perché la sua lettura, oltre che istruttiva, è anche molto piacevole: da questo punto di vista, un libro esemplare.


G.Ragionieri, Duccio. Catalogo completo. Cantini Editore 1989.
Questo è il primo libro che ho letto su Duccio di Buoninsegna: una lettura chiara e scorrevole, che non si perde in sofismi e intellettualismi inutili; un libro di seria Storia dell’arte che non cede alle lusinghe della pseudo divulgazione “da edicola” tanto in voga in Italia. Insomma, se volete cominciare a entrare nei meandri dell’arte immensa di Duccio questo libro scritto da Giovanna Ragionieri, catalogo delle opere dell’artista, è quello che fa per voi! La prima parte è composta da un saggio introduttivo, in cui la studiosa mette in luce gli aspetti centrali della parabola artistica del pittore: il suo essere, del Gotico che imperava a Siena, una delle «forze trainanti»; il problema della formazione, tra Cimabue e i conseguenti ultimi bagliori bizantineggianti; il rapporto, complesso, con Giotto - che quindi ci riporta al problema centralissimo dei rapporti tra Siena e Firenze; il ruolo di Duccio nella formazione dei successivi grandi pittori senesi, Simone Martini e i Lorenzetti. Tutto questo (e altro ancora) con una chiarezza di esposizione encomiabile che rende la lettura molto piacevole. La seconda parte è invece dedicata all’analisi delle singole opere realizzate da Duccio, analisi non solo stilistiche, ma che portano alla luce gli elementi iconografici più interessanti (l’ elaborazione «delle tradizioni iconografiche bizantine e gotiche» nella Crocifissione della Maestà) e i dati tecnici più importanti (per esempio i pentimenti nell’ancella nella scena della Maestà in cui Pietro rinnega Cristo). Insomma, questo libro ci dimostra che fare divulgazione di qualità è molto semplice: basta affidarla a storici dell’arte veri, e non ai soliti imbonitori televisivi.


Maso di Banco. La cappella di San Silvestro. Electa  1998.
Quello che vi presento oggi è un libro bellissimo che fa parte di una bellissima collana di Electa, Dentro la pittura: qui, ad accompagnare i saggi di vari specialisti della toria dell’arte, abbiamo un ingente numero di dettagli riprodotti nelle dimensioni originali dell’opera; possiamo così guardare realmente gli affreschi di Maso di Banco fin nei minimi particolari, come se fossimo nella cappella a pochi centimetri dalle pareti, fino a scorgere chiaramente le singole pennellate, i più piccoli giochi grafici e le parti danneggiate o restaurate: un viaggio straordinario che, per una volta, è più completo di quello che potremmo fare dal vivo! A parte questo, Maso di Banco. La cappella di San Silvestro, pubblicato in occasione del restauro del noto ciclo pittorico, è ormai un classico della letteratura su questo artista meraviglioso: in particolare il ricco saggio di Enrica Neri Lusanna è su questo tema una lettura assolutamente obbligata; inoltre lo studio di Gert Kreytenberg – con le ipotesi sul Maso scultore e architetto – è uno scritto davvero stimolante con cui bisognerà fare i conti (una gran lettura penalizzata dall’insufficiente corredo iconografico – e sembra strano dire una cosa del genere per questo libro). Molto interessanti, inoltre, i saggi sui restauri: la nota e violenta polemica di Roberto Longhi contro il restauro degli anni ’30 è un momento importante della riflessione novecentesca su questo tema – tuttavia la giustezza della polemica longhiana viene, mi sembra, notevolmente ridimensionata. Il mio consiglio di lettura finisce qui: perché questo è un libro ricchissimo che affronta tanti temi essenziali, e per fargli giustizia dovrei dedicargli un intero (e lungo) post sul blog (in parte l’ho fatto QUI). Il suo merito maggiore è quello di fare innamorare di Maso di Banco in maniera problematica, ponendo tante domande su Maso e non solo; per esempio: siamo certi che il contatto diretto con l’opera d’arte sia sempre migliore delle riproduzioni? Vi sembrerà una bestemmia (e un po’ lo credo anche io), ma lo straordinario apparato iconografico di questo libro (la spina dorsale del volume) mi fa pensare che in alcuni casi specifici la visione davvero “diretta” dell’opera la si possa avere solo con la riproduzione (vi rimando al post Santa Croce vietata, QUI) – e mi rendo conto, ripeto, di quanto questa affermazione sia problematica e perfino contraddittoria. *Per completezza di informazione, vi segnalo questo importante saggio di Roberto Bartalini (QUI), in cui di questo libro si propone una valutazione radicalmente diversa dalla mia.


Gentile da Fabriano. Studi e ricerche, Electa 2006.
Questo volume, realizzato in occasione della mostra di Gentile del 2006, personalmente lo considero un piccolo capolavoro. È formato essenzialmente da due parti: la seconda è una ricerca condotta da diversi studiosi sui committenti del pittore, arricchita dalla pubblicazione di documenti; inoltre presenta un utile catalogo completo delle opere del pittore. Ma la parte del libro che mi ha fatto spendere la parola “capolavoro” è certamente la prima, composta di due saggi. Il secondo, di Roberto Bellucci e Cecilia Frosinini, fa capire quanto le analisi tecniche siano capaci di penetrare i modi operativi degli artisti, e dunque quanto queste analisi siano indispensabili per la Storia dell’arte – i due studiosi, per esempio, fanno notare che in Gentile non ci sono pentimenti: il suo, dunque, è un lavoro attentamente pianificato in cui il disegno ha un ruolo essenziale; o ancora, che la sua pennellata, pur rimanendo essenzialmente liquida, si evolve nel senso di una pittura sempre più fusa. Ma ammetto che per me la cosa centrale di questo libro è il lungo, complesso, magistrale saggio di Andrea De Marchi – uno dei più importanti studiosi di pittura tardogotica, autore di quella che è senza dubbio una delle più importante monografie su Gentile da Fabriano. Il saggio si intitola Gentile e la sua bottega: già dal titolo potete quindi capire l’ampiezza dello scritto, che non si ferma al solo maestro, ma segue le evoluzioni della bottega nei tanti anni di attività internazionale. Un saggio essenzialmente stilistico, fatto di tanti confronti tra opere e dettagli, un esempio di connoisseurship ai massimi livelli.


Donatello restaurato. I marmi del pulpito di Prato, maschietto&musolino 2000.
Se è vero che il restauro rappresenta, per la conoscenza delle opere d’arte, uno dei momenti di massima importanza, allora sarà altrettanto vero che i libri che documentano le fasi del restauro e le scoperte fatte durante l’intervento, sono indispensabili. Io lo credo fortemente, e il libro che vi presento oggi, scritto in occasione del restauro del pulpito pratese di Donatello e Michelozzo, lo conferma abbondantemente. Perché questo è un libro splendido, in cui viene ricostruita dapprima la storia conservativa dell’opera (una storia alquanto penosa, e che in molte cose è da prendere come monito per la tutela delle opere d’arte all’aperto), analizzando le cause, naturali e umane, del suo forte degrado; e poi, nei saggi che mettono a parte degli esami diagnostici effettuati e degli interventi realizzati, si vengono a sapere molte cose interessanti: per esempio sulla concezione che Donatello aveva del mosaico, e quindi sul polimaterismo incessantemente sperimentatore dell’artista; sull’uso che egli faceva del trapano; sulle cause più tipiche di deterioramento delle opere collocate all’aperto. Molto interessanti anche le informazioni sulle tecniche specifiche del restauro: per esempio il fatto che il laser a infrarossi è ottimo per la pulitura dei materiali lapidei – tecnica qui per la prima messa in atto dall’Opificio delle Pietre Dure. In ultimo, ma ad aprire il volume, un saggio magnifico, e specificamente storico artistico, di Giorgio Bonsanti: una delle cose in assoluto migliori che abbia mai letto su Donatello, che davvero vi consiglio di leggere.


E.Guillén, Naufragi. Immagini romantiche della disperazione. Bollati Boringhieri 2009.
Quello che Esperanza Guillén ci propone in questo breve libriccino è un viaggio tra estetica, letteratura e – soprattutto - storia dell’arte, per indagare uno dei temi prediletti del Romanticismo, carico di implicazioni simboliche e filosofiche: il naufragio. Si tratta, dunque, di un saggio prettamente iconografico, in cui i pensieri filosofici a monte vengono visualizzati nelle immagini; oltre a una rassegna di dipinti di Claude-Joseph Vernet, la parte del leone la fanno le opere di Friedrich, di cui sono messi in evidenza i molteplici livelli di significato. Il mare diventa protagonista poiché elemento ostile e dunque capace di far risaltare la “coscienza eroica” dell’uomo romantico, che accetta l’ambivalenza dell’esistenza divisa fra salvezza e dannazione. E in un libro che tratta del naufragio secondo l’accezione romantica non poteva mancare un’analisi accurata del capolavoro di Géricault, La zattera della medusa, di cui la Guillén offre una bella interpretazione, forse non innovativa ma comunque efficace. L’autrice rileva inoltre come le visioni romantiche del naufragio si nutrano di due elementi contrapposti: da un lato l’antropocentrismo di Géricault e Delacroix, dall’altro il “naturalismo” – che domina sulla presenza umana - dei nordici Friedrich e Turner. Il viaggio per mare viene così a identificarsi con la condizione interiore dell’artista romantico, perennemente alla ricerca di un qualcosa di diverso dalla realtà quotidiana; una ricerca che si rivolge verso il proprio io, in un abissale e sovente angoscioso viaggio interiore (Novalis), che nemmeno nel raggiungimento della riva riesce a placarsi, come insegna Goya. Insomma, questo è un libro istruttivo e scritto molto bene, e che si lascia leggere con molta facilità: d’altronde le tematiche del Romanticismo possono diventare, quando ben presentate, di un fascino assolutamente irresistibile.



L.Moholy-Nagy, Pittura Fotografia Film. Einaudi 1987 e 2010.
Una delle cose più belle dell’arte del primo Novecento è la gran quantità di scritti teorici prodotti in prima persona dagli artisti; gli artisti, cioè, in barba ai critici e agli estetologi, si prendono l’onere di elaborare teoricamente idee artistiche innovative e complesse, che possono così condividere, propagandare, diffondere direttamente, senza intermediari. Questo volume è un grande classico della teoria dell’arte prodotta dagli artisti del Novecento, un caposaldo dell’estetica costruttivista: Pittura Fotografia Film, pubblicato nel 1925 nelle edizioni della Bauhaus, è il libro con cui László Moholy-Nagy (tra i padri fondatori della fotografia moderna e del cinema sperimentale) pone le basi del fenomeno artistico ampio e problematico del Costruttivismo. Il saggio tratta del passaggio epocale dalla pittura – vista ormai come irrimediabilmente superata – alla fotografia e al film come medium della modernità; della necessità, per l’artista, di approcciare decisamente la tecnologia, in modo da dominarla e renderla utile per l’umanità: una tecnologia umanistica, insomma, che esige, di conseguenza, il passaggio dall’artista asceta all’artista tecnico ed educatore, che agisce concretamente nel mondo; Moholy-Nagy, poi, si sofferma lungamente sul tema della luce, che egli considera come il problema fondante delle arti. Tutto ciò (e tanto altro) in un libretto breve ma densissimo, accompagnato da un apparato iconografico assolutamente centrale – consiglio, prima della lettura del testo di Moholy-Nagy, il ricchissimo saggio introduttivo di Antonio Somaini!





F.Poli, La scultura del Novecento. Laterza 2006.
Come orientarsi nel mare complesso della scultura del Novecento? Francesco Poli, in questo bel libro, fa una scelta precisa: divide la scultura novecentesca in cinque grandi gruppi, corrispondenti alle fasi principali del discorso che il Novecento ha attuato su questo medium – non è dunque una suddivisione cronologica: Medardo Rosso e Oldenburg, per esempio, possono appartenere allo stesso gruppo. Il primo gruppo, quello formale, comprende le opere realizzate con materiali e tecniche classici, e in cui, seppur con tutte le innovazioni, l’oggetto scultoreo rimane quello tipico a cui siamo abituati; il secondo gruppo, la scultura come costruzione, comprende gli oggetti polimaterici realizzati con materiali inusuali, «verso un coinvolgimento inedito – scrive Poli – dello spazio reale nell’opera»; la scultura come oggetto raggruppa chiaramente tutte quelle opere nate per impulso del ready made di Duchamp, mentre in quello della scultura come installazione e ambiente si inseriscono le esperienza della performance, dell’arte concettuale, fino al Minimalismo e alla Land Art. L’ultimo gruppo fa invece riferimento, prevalentemente, alla Body Art.Ora, il merito delle classificazioni di Poli è quello di mettere chiarezza in un terreno accidentato; questo, certamente, non significa che su alcuni punti non si possa dissentire: ma la bontà di queste categorie è soprattutto quello di essere categorie mobili, non ingabbiate e inamovibili: così, per esempio, Boccioni può superare tranquillamente i confini tra la prima e la seconda categoria. È un libro quindi molto diverso - e in alcuni punti giustamente polemico - dai Passaggi a mio avviso contestabili di Rosalind Krauss. E non lasciatevi spaventare: questa mia presentazione è ben più astrusa del libro, che è invece di una chiarezza esemplare.


A.Cecconi, Resistere per l’arte. Guerra e patrimonio artistico in Toscana. Dieci storie di uomini e opere salvate. Edizioni Medicea Firenze 2015.

Questo libro di Alessia Cecconi racconta la storia della difesa del patrimonio culturale toscano durante la seconda guerra mondiale: le vicende di uomini normali che, tra mille difficoltà e a volte con atti eroici, agirono per salvare le opere d'arte dai disastri del conflitto. Non aspettatevi i Rambo dei film di Hollywood: qui si parla di grandi storici dell’arte (Enzo Carli, per esempio), restauratori e soprintendenti. Un libro che ci fa conoscere le vicissitudini di capolavori celebri in quegli anni travagliati, e delle tecniche per difenderli - dalla Maestà di Duccio di Buoninsegna alla Primavera di Botticelli, dal San Giorgio di Donatello al polittico di Piero della Francesca per Borgo San Sepolcro. È una vicenda, insomma, di estremo interesse, narrata anche attraverso un ricco apparato iconografico; una storia di uomini coraggiosi che può e deve insegnarci qualcosa, perché anche oggi siamo chiamati, di fronte alle scelte inquietanti di una classe politica indegna, a “resistere per l’arte”: una lotta certamente diversa, ma non meno determinante per la salvezza del nostro patrimonio culturale.


De-Tutela. Edizioni ETS 2014.
Se siete interessati alla Tutela del patrimonio culturale, questo libr non potete perderlo: perché qui sono raccolti una serie di interventi dei nomi più in vista della Tutela: da Salvatore Settis a Giuliano Volpe, da Giorgio Bonsanti ad Andrea Carandini, da Antonio Paolucci a Tomaso Montanari. Insomma, qui abbiamo un ampio spettro del meglio del discorso pubblico sul patrimonio culturale; tanti i temi trattati: il mondo del volontariato e le soprintendenze, il ruolo dei privati e la riforma Franceschini. Mi sembra molto interessante la proposta di Montanari di istituire una Scuola del Patrimonio – che io, però, non aprirei ai soli dottorati: conosco troppi ragazzi in gamba, laureati col massimo dei voti, che il dottorato non l’hanno potuto fare a causa delle logiche spesso perverse dell’università italiana. Certo, è passato un anno dalla pubblicazione di questo libro, e in un anno di acqua sotto i ponti ne passa parecchia (per esempio la proposta di Montanari sembrerebbe trovare una applicazione nella annunciata “scuola internazionale del Mibact” lanciata dal ministro Franceschini – ma il tutto è ancora fumoso, e magari si risolverà in una nullità tipo la Biblioteca nazionale dell’inedito): acqua brutta, acqua di un renzismo scellerato che – ma era prevedibile – sta lanciando gli attacchi finali al nostro sistema di tutela. Ma questo libro rimane importante come riflessione e come documentazione: servirà a ricordarci le strade che avremmo potuto prendere se governati da persone più sagge, e le posizioni di chi avrebbe potuto e dovuto avere un atteggiamento molto meno morbido. Il tutto è completato da fotografie che documentano la situazione, globalmente imbarazzante, del patriomonio culturale di Pisa (il libro fa parte di una bella collana curata dalla preziosa Associazione Culturale Artiglio di Lorenzo Carletti e Cristiano Giometti).

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