lunedì 30 novembre 2015

Pensieri alla mostra milanese di Giotto

Giotto, Madonna di Borgo San Lorenzo, 1285 ca.
Borgo San Lorenzo (FI), San Lorenzo





La Madonna di Borgo San Lorenzo, l'opera con cui si apre la mostra di Giotto a Palazzo Reale, non ha bisogno né di conferme – dopo l'attribuzione geniale di Luciano Bellosi – né di ulteriori discussioni per agganciarla a una cronologia precoce (1285 ca.) del tutto credibile.
Una visione dal vivo offre numerose conferme (nonostante l'assurda collocazione non permetta una visione ravvicinata): la mano di Maria, per esempio, è ancora cimabuesca, e gli occhi perfettamente a mandorla sembrano ancora debitori delle tipologie fisionomiche bizantineggianti. Eppure vediamo che il velo che copre la testa non ha più le pieghe astrattamente concentriche ma quelle più realisticamente verticali; vediamo che il bordo del manto gira, si rovescia, si assottiglia, segue il piegarsi delle stoffe: si propone, insomma, nella sua mutevole verità oggettuale; e vediamo inoltre come la canna nasale non è più quella disegnata a spigolo vivo come nel Cimabue della Madonna del Louvre, ma un elemento solo accennato poiché fuso coloristicamente al viso (specialmente a sinistra).
Siamo di fronte a un artista ancora giovane, che mostra i segni della lezione del suo grande maestro Cimabue, ma che è già splendidamente avviato verso una strada nuova e personale.

Si tenga a mente il particolare del bordo del manto che segue il piegarsi delle stoffe e in alcuni punti si rovescia e assottiglia: è un motivo che rimane coerente nelle opere successive. Nella Madonna di San Giorgio alla Costa, realizzata poco prima del 1290, il motivo si complica con l'inserto di filini dorati; qui il bordo dorato gira, si modifica secondo il modificarsi della veste, si rovescia (per esempio sopra la mano destra): proprio come nella precedente Madonna di Borgo San Lorenzo e come, molti anni dopo, avverrà nel Polittico di Bologna (1330 ca).
Questa è a mio avviso un'innovazione straordinaria: nell'immobilità ieratica e atemporale dell'icona medievale si viene a inserire l'aneddotico, l'accidentale, la semplice concretezza di una veste qualunque.

Giotto, Madonna di San Giorgio alla Costa, prima del 1290. Firenze, Museo diocesano di Santo Stefano al Ponte

A proposito dei filini dorati della Madonna di San Giorgio alla Costa, si deve aggiungere una cosa essenziale: nella pittura di Giotto comincia a farsi largo un virtuosismo tutto di superficie e, perfino, la ricerca del dettaglio prezioso. Di tutto questo il Polittico di Badia (1295-1300 ca.) offre precisa testimonianza.
Perché in questo capolavoro – la sua rivalutazione rimane uno dei più importanti raggiungimenti della critica giottesca moderna – alla monumentalità solenne delle figure si aggiungono dettagli di una delicatezza stupenda: si veda il modo in cui la punta del pennello indaga le rughe dei vecchi o rende le barbe, o si veda la magnifica ciocca di capelli che, come un velo leggero e trasparente, scende sopra l'orecchio destro del Giovanni Evangelista – dolcezze pittoriche che saranno tipiche nella pittura di Giotto.
Monumentalità solenne, dicevo: a tal proposito, vorrei capire in quale strano modo si possano considerare questi personaggi come il sintomo di una virata gotica nella pittura di Giotto! - si vedano le spalle larghe e il collo quasi taurino del citato Giovanni Evangelista.
In ogni caso questo capolavoro, insieme all'attività riminese di cui ci rimane unicamente la bellissima Croce nel Tempio Malatestiano, si pone come l'anello di congiunzione tra gli affreschi della Basilica Superiore di Assisi e la cappella Scrovegni.


Giotto, Polittico di Badia, 1295-1300 ca. Firenze, Uffizi.
San Giovanni Evangelista


Quello che manca nel Polittico di Santa Reparata (forse del secondo decennio del Trecento) è proprio questa umanità monumentale: al contrario, i personaggi di questo polittico bifronte offrono un triste spettacolo di anoressie (la Maddalena e il Battista del verso), strabismi (sant'Eugenio nel recto), idrocefalie (san Nicola di Bari nel verso), anemie (san Crescenzo nel recto).
Insomma, per me qui di Giotto non c'è niente se non gli aiuti: e davvero non capisco i tentativi di rivalutare questo polittico come opera autografa del Maestro.
Si veda poi un altro dettaglio assolutamente chiarificatore, un dettaglio all'apparenza splendido ma in realtà testimone di una ingenuità che non può essere di Giotto. Il sistema ornamentale degli abiti rimane, tranne forse che in pochi sporadici punti, assolutamente bidimensionale: si sovrappone ai panneggi come uno schermo che non abbia nessun rapporto con le pieghe. Non così nel Polittico di Badia, dove gli elementi della decorazione, pur non modificandosi tridimensionalmente seguendo le pieghe, tuttavia si muovono, girano, cambiano direzione, cercano cioè di aderire organicamente al panneggio.
È ancora un ulteriore sintomo della ricerca giottesca del realismo, che già era comparso nelle Storie francescane di Assisi: si veda come come esempio lo straordinario Francesco del Presepe di Greccio.

Bottega di Giotto, Polittico di Santa Reparata, 1310-20 ca. Firenze,
Santa Maria del Fiore.
Pannello con San Crescenzio


La veste di san Zanobi dal Polittico di Santa Reparata


In riferimento all'umanità smagrita del Polittico di Santa Reparata, credo si possa dire qualcosa sul Polittico Stefaneschi. Perché se c'è qualcosa che può richiamare alla mente il dipinto fiorentino è il san Pietro crocefisso, magrissimo, o alcune delle donne disperate sul corpo decapitato di san Paolo – specie le due in piedi, che sembrano non avere scheletro e articolazioni.
Per il resto, io credo che quest'opera sia un vero capolavoro di Giotto; un'opera in cui l'autografia giottesca è largamente accertabile sia negli scomparti centrali (e non vedo perché non si possa dire lo stesso dei santi nei pannelli laterali del recto) che, a livello di ideazione, negli scomparti laterali del verso con la Crocefissione di Pietro e la Decollazione di san Paolo: si veda, ad esempio, il paesaggio magnifico che chiude la scena di Paolo, con quella linea montuosa che, lungi dall'essere un mero sipario, propone uno sfondamento in profondità da sinistra a destra – è quello che si potrebbe definire un paesaggio architettonico che ha forse il suo punto più alto nella cappella Scrovegni.


Giotto e bottega, Decollazione di san Paolo dal Polittico Stefaneschi, 1310-20 ca. Città del Vaticano, Musei Vaticani


Se il Polittico Stefaneschi è davvero largamente di Giotto, lo stesso lo si dovrà dire per il posteriore Polittico di Bologna (1330 ca.): e lo si dovrà dire almeno per la Madonna col Bambino e per il san Pietro, che sono a mio avviso due delle figure più belle che Giotto abbia mai dipinto (e anche nella rivalutazione di questo Pietro Bellosi aveva visto giusto).
Si guardi al sistema di pieghe nella Madonna di Bologna, nel Gesù dello Stefaneschi, e nella Madonna nella predella sempre dello Stefaneschi: le ombrose pieghe a V tra le gambe dei sacri assisi rispondono a una stessa concezione (quelle delle due Madonne sono quasi sovrapponibili); e, soprattutto, si veda il bordo del manto che in tutte queste figure si rovescia sopra le gambe in maniera quasi identica. Questo dettaglio, oltretutto, ci conferma una cosa fondamentale: la sostanziale unità del percorso giottesco pur nel suo costante rinnovarsi, la coerenza del suo sviluppo dalla Madonna di Borgo San Lorenzo alle opere della maturità.


Giotto, dettaglio dal Cristo del Polittico Stefaneschi

Giotto, dettaglio dal Polittico di Bologna, 1330 ca.
Bologna, Pinacoteca nazionale

Giotto, dettaglio della Madonna dalla predella del Polittico Stefaneschi

E dunque chiedo: se l'autografia di Giotto, o almeno il suo ruolo ideativo, è da confermare dappertutto (tranne che nel Polittico di Santa Reparata, come dicevo), che senso ha il modello interpretativo proposto da Serena Romano nell'importante catalogo della mostra edito da Electa, che assimila in una analogia astorica parecchio azzardata la bottega giottesca agli studi delle “archistar” di oggi? Secondo me nessuno.

E con questo mi accingo a concludere. Avrei qualche altra cosa da dire, ma magari lo farò un' altra volta – di sfuggita, mi sembra che tra le pochissime opere firmate da Giotto il Polittico Baroncelli possa essere quello in cui la sua presenza si vede meno (ma quasi tutti gli angeli in primo piano, di una bellezza coloristica incantevole, sono suoi – quello con l'organetto è a mio avviso una delle cose più belle che il Maestro abbia mai dipinto).
Non dirò invece nulla sui due santi frammentari, tanto strombazzati, provenienti da collezione privata: cosa si potrebbe dire, d'altronde, di due cosi tanto rovinati, tanto bisognosi di un restauro, e la cui presenza impallidisce totalmente al cospetto dei capolavori veri a cui sono accostati? A una mostra come questa che, nonostante le collocazioni assurde delle prime due opere, è davvero imperdibile, essi non aggiungono assolutamente nulla.

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