lunedì 21 dicembre 2015

Consigli di lettura n.5

Il quinto appuntamento (edizione natalizia, diciamo così) con la selezione dei consigli di lettura che ogni settimana propongo sulla pagina Facebook del blog. Buona lettura.






Donata Levi, Il discorso sull'arte. Dalla tarda antichità a Ghiberti, Bruno Mondadori 2010.

Come si sviluppa il discorso sulle arti figurative nel corso del Medioevo? Quali sono gli elementi tipici, i concetti ricorrenti, gli snodi essenziali? A queste domande risponde il bel libro di Donata Levi che vi consiglio questa settimana: un libro che affronta temi indispensabili per capire le basi culturali dell'arte medievale.
Il problema del ruolo delle immagini nei contesti religiosi, tra didattica per i fedeli e amore per i materiali preziosi; il dibattito sulla liceità dell'immagine sacra e dunque l'annoso problema dell'iconoclastia; il rapporto tra immagine e parola e la progressiva presa di coscienza del valore intellettuale delle arti visive (una rivalutazione che ha il suo acme nella precoce ed esponenziale fortuna di Giotto).
I protagonisti di questo libro sono dunque teologi e santi, artisti e poeti (è con Dante che comincia a intravedersi una vera Storia dell'arte), e testi di diversa natura (dai tituli ai Libri Carolini ai trattati tecnici di Teofilo e Cennino Cennini). Il tutto è aperto da una introduzione molto interessante a livello metodologico sullo statuto della Storia della critica d'arte (molto bello, per esempio, il confronto tra Lionello Venturi e Roberto Longhi).
Questo libro offre molti spunti di riflessione; ve ne propongo uno: personalmente ritengo il concetto di “arte medievale” troppo largo per essere davvero utile; ma il libro della Levi mi sembra mostri chiaramente l'indiscutibile unità culturale di questi mille anni di storia: quanto sono ricorrenti le condanne delle immagini che, in un modo tutto peculiare, torneranno in Bernado di Chiaravalle? E quanto la passione per i materiali preziosi tornerà nell'abate Suger di Saint-Denis? E con questo arriviamo alle origini del Gotico…





Otto Demus, L’arte bizantina e l’Occidente. Einaudi 2008.

Questo libro è un classico degli studi sull’arte bizantina e medievale: lo scopo di Otto Demus è mettere in relazione l’arte occidentale del Medioevo con l’arte bizantina, cercando di mostrare i modi, diversi e mutevoli, che portarono la produzione artistica di Bisanzio a porsi come guida primaria dell’arte occidentale.
L’idea di Demus è che al fondo dell’arte bizantina si fossero conservati i principi dell’arte classica: ecco perché per gli artisti occidentali fu tanto importante ispirarsi a essa.
Questa è una lettura datata ma assolutamente valida; alcuni punti sono estremamente interessanti: per esempio il discorso sulla grande differenza tra i mosaici di Venezia e quelli siciliani, o ancora la chiarificazione del passaggio stilistico dai mosaici di Cefalú a quelli di Monreale.
Ammetto però che, col procedere della lettura, i miei dubbi sono aumentati man mano. La sensazione è che Demus sia troppo unilaterale; l’arte medievale diventa una semplice filiazione, un semplice corollario, dell’arte bizantina: l’arte medievale in Occidente sarebbe un’arte in qualche modo succube che diventa “maggiorenne” solo agli inizi del Duecento – ecco allora che si spiega la svalutazione di Demus dell’arte carolingia, o ancora l’insistenza sul ruolo bizantino nella nascita del Gotico, e l’insistenza in chiave bizantina perfino su certi tratti di artisti radicalmente innovatori come Nicolas de Verdun e Giotto. Questo, a mio avviso, è inaccettabile e, se pensiamo a quanto è stata svalutata l’arte medievale nel passato, pericoloso.
Insomma, questa è una gran lettura, ma secondo me da fare in maniera critica.







M.S.Calò Mariani, L'arte del Duecento in Puglia, Torino 1984.

Anche questo libro è un po' datato, ma, a mio avviso, è ancora una grande lettura: Maria Stella Calò Mariani è una delle principali studiose dell'arte medievale pugliese, e qui offre una grande sintesi di quello che è stato forse il secolo principale dell'arte di questa regione, il secolo che, soprattutto grazie alla figura di Federico II di Svevia, vide la Puglia al centro dell'arte italiana – basti pensare che il grande Nicola Pisano è nei cantieri federiciani (e molto probabilmente soprattutto pugliesi) che si forma.
Così, partendo dalla cattedrale di Trani, la studiosa giunge alle imprese volute dagli Angiò: un percorso entusiasmante e narrato in maniera molto chiara e, sempre, nel più rigoroso “contatto diretto” con le opere d'arte. Un percorso che lascia anche decisamente depressi constatando l'enorme quantità di dispersioni e distruzioni che ha colpito l'arte pugliese: interi straordinari contesti artistici sono andati irrimediabilmente perduti (basti pensare a Foggia, centro floridissimo, in cui i rari resti sopravvissuti difficilmente riescono a rendere la straordinaria fioritura artistica della città), e di artisti che dovettero essere importantissimi (per esempio l'architetto e scultore Bartolomeo da Foggia, autore del grande - e perduto - Palazzo foggiano di Federico II) ci sono rimaste tracce troppo esigue per una vera comprensione della loro arte.
L'organizzazione storiografica della Calò Mariani si basa sull'idea di prendere la scultura come “arte guida” per comprendere il Duecento pugliese. E ovviamente in questa sintesi non può che avere uno spazio enorme l'arte federiciana: la miniatura e forse soprattutto la scultura dell'età di Federico II sono un qualcosa di incredibilmente ricco e complesso, un mondo straordinario (si tratta, tra le altre cose, dell'ingresso della scultura gotica di Francia e Germania in Italia) di cui questo libro – anche grazie al bellissimo materiale iconografico – può offrire una prima chiave d'ingresso.






Luciano Bellosi, Cimabue. 1998 e 2001.

Ho appena finito di leggere la monumentale monografia di Cimabue scritta da Luciano Bellosi nel 1998, e non posso che consigliarvela caldamente!
Perché è un autentico capolavoro, uno studio enorme che indaga sull'arte di Cimabue in maniera acuta e penetrante, con analisi stupende delle opere e delle imprese dell'artista: basti pensare al lungo, complesso, memorabile capitolo dedicato alla Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, in cui Bellosi mostra le novità, le peculiarità, le invenzioni straordinarie del grande pittore; o si veda la lucidità con cui Bellosi organizza la successione delle opere (problema arduo!) basandosi sulle evoluzioni delle invenzioni cimabuesche: la pennellata filamentosa e divisionista, i panneggi via via più ampi, i troni prima in tralice e poi frontali, le fisionomie facciali e le anatomie sempre meno bizantineggianti e così via.
Un libro essenziale, però, anche per i contesti artistici che si muovono intorno a Cimabue: il contesto pisano dominato da Giunta Pisano, con passaggi essenziali sul Maestro di San Martino; la pittura romana del Duecento, con una ricostruzione fondamentale della giovinezza di Jacopo Torriti; o, ancora, la questione del rapporto coi giovani allievi Duccio e Giotto. Dunque un libro pieno di opere rivelate, di maestri anonimi ricollocati nella giusta dimensione storica, di fatti artistici epocali rivalutati in tutta la loro importanza – per esempio la scoperta cimabuesca di Roma e dell'antico, a cui Bellosi dedica passaggi splendidi.
Il tutto è concluso dagli Apparati di Giovanna Ragionieri e da un corpus di immagini spettacolare – le paginone dedicate alle illustrazioni della Madonna del Louvre e della Crocifissione nel Transetto sinistro di Assisi sono autentico orgasmo visivo!






Max Seidel, Arte italiana del Medioevo e del Rinascimento. Volume 1: pittura, Marsilio 2003.

Studiate la pittura italiana dalla fine del Duecento al Quattrocento? Avete una passione particolare per la pittura senese del primo Trecento, per Duccio, Simone Martini, i Lorenzetti? Ebbene, approfittate di Natale e fatevi regalare questo volumone! Perché questo libro è un capolavoro: raccoglie infatti alcuni fondamentali scritti di Max Seidel, uno dei più importanti storici dell’arte attuali.
Un libro che si divide in due parti: la prima è dedicata prevalentemente al Trecento, la seconda al Quattrocento: il tutto, però, con uno sguardo concentrato quasi totalmente su Siena – per la parte sul Medioevo fa eccezione il primo saggio, un fondamentale studio sul Crocifisso di Santa Maria Novella, capolavoro del giovane Giotto, in cui lo studioso colloca la rivoluzionaria opera giottesca nel più ampio contesto della scultura gotica europea (ve ne parlerò meglio in un prossimo post).
Queste letture, se vi dedicate alla pittura senese, sono obbligate: abbiamo il saggio iconografico sulla scoperta dell'affresco di Duccio tornato alla luce pochi decenni fa in Palazzo Pubblico; quello, fantastico, dedicato al rapporto tra “Iconografia e storiografia” che mette a nudo le implicazioni sociali e propagandistiche della “politica delle immagini” a Siena, specificamente nelle opere di Simone Martini e Pietro Lorenzetti; e come non citare, in questa breve presentazione, quello che è forse il protagonista della critica di Seidel sulla pittura, Ambrogio Lorenzetti? Il saggio sull’iconografia del Buon Governo è un punto fermo sull’argomento, bisogna leggerlo per forza! Bellissimo, poi, il saggio sull'iconografia nuziale nel Trecento, che illustra la serrata successione in senso sempre più profano e attuale delle scene di matrimonio da Cimabue a Giotto a Taddeo Gaddi.
Il tutto accompagnato da un ricco apparato iconografico, qualitativamente eccelso – non accenno ai saggi sul Quattrocento perché non li ho ancora letti.
Insomma, l'unico difetto è nella traduzione solo parziale di alcuni saggi, e nel fatto che di alcuni di essi si offre un semplice riassunto. Ma, tutto sommato, vale la pena spendere questi 80 e passa euro? Senza alcun dubbio: al di là dello specifico senese, il modo in cui Seidel mette in relazione l’iconografia e lo stile (vedi ancora il saggio su Simone e Pietro Lorenzetti) rappresenta un insegnamento indimenticabile.






R.P.Novello, Giovanni Pisano. Il pergamo di Pisa, Franco Cosimo Panini 2006.

Le opere d’arte hanno una storia che prosegue dopo la loro creazione e che può condizionarne l’esistenza in maniera determinante. È questo il caso del Pergamo del Duomo di Pisa, capolavoro di Giovanni Pisano, le cui drammatiche vicende sono ricostruite in questo piccolo ma gustosissimo libretto di Roberto Paolo Novello.
Dopo l’incendio del Duomo del 1595, l’opera venne smembrata e sottoposta a vari tipi di reimpiego: ciò che noi oggi vediamo è solo una traccia dell’originario progetto di Giovanni. Diventa quindi fondamentale capire come si è giunti alla ricomposizione del 1926, una vicenda travagliata fatta di scontri, polemiche, censure moralistiche (per esempio alla straordinaria Prudenza nuda ripresa dal tipo antico della Venere pudica) e tentativi di appropriazione ideologica dell’opera da parte del fascismo – protagonista di questa vicenda è Pèleo Bacci, l’artefice primo di una ricostruzione importante ma in non pochi punti sbagliata.
Detto ciò, il Pergamo è un capolavoro assoluto della scultura gotica, un’opera di inaudita complessità formale e contenutistica: e Novelli tutto questo lo spiega molto bene – mi permetto di aggiungere che personalmente la svalutazione di quest’opera da parte di certa critica la trovo inconcepibile.
Un’opera, inoltre, essenziale anche per la storia sociale dell’arte del Medioevo: le iscrizioni apposte da Giovanni sono un capitolo fondamentale, e di radicale novità, nella autoaffermazione degli artisti, nella presa di coscienza dell’insostituibile valore intellettuale del loro lavoro.






Serena Romano (a cura di), Giotto, l'Italia. Catalogo della mostra, Electa 2015

Come era facile prevedere, il catalogo della mostra di Giotto in corso a Milano è un'ottima lettura: in queste pagine sono chiamati a raccolta quasi tutti i migliori studiosi attuali dell'artista, e così i saggi meritano una attenta lettura - perfino Alessandro Tomei, fortunatamente tenuto lontano dalla questione di Assisi, scrive una delle schede più importanti da un punto di vista iconografico (dedicata al Dio Padre della cappella Scrovegni).
Giotto è un problema enorme, e qui ovviamente non tutti i problemi sono risolti: si pensi alle diverse proposte avanzate da Julian Gardner e Damien Cerutti per la successione Polittico Baroncelli-Polittico di Bologna. La mia sensazione, uscita rafforzata da questa lettura, è che la parte oggi davvero problematica dell'arte di Giotto non sia più quella studiatissima della giovinezza, ma quella della produzione matura (cosa che vi spiegherò meglio in un prossimo post)!
Per la giovinezza, anche in relazione alla tormentata questione di Assisi, ritengo risolutive le proposte di Alessio Monciatti e Andrea De Marchi, specie per la giusta collocazione cronologica e stilistica della Madonna di San Giorgio alla Costa - ma su questi temi il mio consiglio è sempre lo stesso: leggete gli studi di Luciano Bellosi!
Tra le poche cose che non mi convincono assolutamente - al di là dei normali dissensi su alcune proposte cronologiche - c'è il modello "imprenditoriale" proposto da Serena Romano per leggere la produzione di Giotto e della sua bottega, per i motivi a cui ho accennato in questopost.






Miklós Boskovits, Il Crocifisso  di Giotto nella chiesa di Ognissanti: riflessioni dopo il restauro, 2010.

In vari modi mi toccherà parlarvi del volume uscito in occasione delrestauro della Croce di Ognissanti di Giotto, nel 2010: perché credo che, sotto diversi punti di vista, sia una delle più importanti pubblicazioni giottesche degli ultimi dieci anni.
In questa occasione devo assolutamente raccomandarvi il saggio di Miklós Boskovits, uno dei più grandi conoscitori del secolo scorso: perché è un saggio talmente ricco di spunti, chiarificazioni, problemi, che sono due giorni che non riesco a togliermelo dalla testa. Forse il problema principale lo trovate nell'immagine in alto, con le due fotografie affiancate (quella a sinistra dei primi decenni del Novecento) di un angelo della Madonna d'Ognissanti, con cui Boskovits ci fa vedere che qualcosa di poco chiaro, anzi, di “sconcertante”, è avvenuto al dipinto – si apre quindi un grande, complicatissimo problema: come valutare questo celebre capolavoro di Giotto?
Ma ancora: a livello metodologico, lo studioso scrive righe memorabili che mettono in guardia da una accettazione acritica delle analisi tecniche sulle opere d'arte; poi spiega il concetto centralissimo di “autografia” e quindi il compito della connoisseurship. Nello specifico dell'arte di Giotto maturo, secondo me Boskovits è nel giusto su molte cose: per esempio nella lettura della Croce di Ognissanti (per Boskovits di Giotto e non della bottega o allievi), o, fatto ancora più importante, nel ricondurre a Giotto gli affreschi del transetto destro e delle vele della Basilica Inferiore di Assisi. Inoltre lo studioso mette in dubbio che il Polittico di Raleigh sia quello realizzato per la cappella Peruzzi: e qui trovo più problematico seguirlo. Il tutto, sempre, attraverso accurate analisi stilistiche e confronti tra opere – Boskovits, in maniera davvero illuminante, pone molta attenzione ai dettagli decorativi delle Croci giottesche.
Insomma, un grande saggio.





Chiara Frugoni (a cura di), Pietro e Ambrogio Lorenzetti. Le Lettere 2003

Se volete cominciare a entrare nel mondo di due artisti straordinari come i fratelli Pietro e Ambrogio Lorenzetti, questo libro fa al caso vostro: è scritto da tre importanti studiosi ed è arricchito da un apparato iconografico molto bello.
Il volume di divide in tre parti. La prima, affidata ad Alessio Monciatti, è una monografia che indaga gli aspetti essenziali dell’arte di Pietro Lorenzetti, dai magnifici affreschi nella Basilica Inferiore di Assisi fino alla grande Natività della Vergine per il Duomo di Siena: i tratti più innovativi dell’arte di Pietro (l’attenzione al dato naturale, le invenzioni architettoniche, gli elementi di vita quotidiana), qui chiaramente esplicitati, portano addirittura a concludere che la grandezza di questo artista sia sottostimata.
La seconda parte è invece la monografia che Chiara Frugoni dedica ad Ambrogio Lorenzetti; anche qui si indagano gli aspetti essenziali della pittura dell’artista, senza peraltro evitare di discutere alcuni aspetti (anche attribuzionistici) molto controversi: penso soprattutto alle due dibattute tavolette paesaggistiche della Pinacoteca Nazionale di Siena, che la Frugoni ostinatamente attribuisce al grande senese.
Dalla monografia della studiosa è assente un’analisi di quella che è l’opera più celebre di Ambrogio: l’Allegoria del Buon Governo nel Palazzo Pubblico di Siena. E questo perché l’analisi dell’opera è affidata a un saggio specifico, scritto da Maria Monica Donato, che, chiudendo il volume, si concentra sui complessi temi iconografici delle opere politiche dell’artista.
Insomma, questo non è forse un libro imprescindibile, una svolta sugli studi lorenzettiani; ma è una introduzione seria e fatta molto bene, con vero rigore scientifico: difficile chiedere di più!






Autori vari, Masaccio e Masolino. Il gioco delle parti. 5 Continents 2002

Protagonisti di questo libro sono Masolino e (soprattutto) Masaccio: un libro composto di un apparato iconografico splendido che coglie le opere fin nel dettaglio (da solo vale l'acquisto del volume), e che presenta i saggi di quattro studiosi che, in modi diversi e da diversi punti di vista, affrontano queste due grandi figure del primo Quattrocento.
Alessandro Cecchi affronta la problematica annosa della committenza di Masaccio – molto importante la questione della Sant’Anna Metterza dipinta con Masolino; Vincenzo Farinella, invece, dopo un saggio sulla fortuna di Masaccio nell’arte italiana del Novecento, tratta un tema essenziale: la presenza di Masaccio, più o meno determinante, negli affreschi masoliniani della Basilica di San Clemente a Roma; Andrea Baldinotti dal canto suo si occupa della più celebre (e tanto problematica) collaborazione tra i due artisti: gli affreschi della Cappella Brancacci.
In ultimo, il saggio di Linda Pisani, forse il più utile per chi non è bene addentro al tema trattato, poiché propone un sunto della bibliografia sui due artisti e discute le ipotesi principali che la critica ha avanzato per risolvere i quesiti posti dalle opere dei due artisti.
Insomma, qui vediamo come approcci diversi (iconografici, sociologici, inerenti la storia della critica d’arte) possano affrontare uno stesso argomento da diverse angolazioni, e con risultanti a mio avviso molto interessanti: anche dunque da un punto di vista metodologico, leggere questo libro non è una perdita di tempo.





Magnolia Scudieri, Gli affreschi dell’Angelico a San Marco. Giunti 2004.

Quello che vi presento oggi è un libro di pura divulgazione, scritto con un linguaggio chiaro e accessibile anche ai non specialisti: ha il compito di introdurre il lettore all’interno di una delle imprese più straordinarie dell’arte rinascimentale, il ciclo di affreschi del Beato Angelico nel convento fiorentino (ora museo) di San Marco.
Un libro divulgativo, dicevo; ma divulgazione vera, quella seria e di qualità: e infatti a scriverlo è Magnolia Scudieri, direttore del Museo di San Marco, tra i massimi esperti dell’arte dell’Angelico. E dunque, proprio perché qui non si semplifica e non si banalizza, un argomento come questo viene trattato con la dovuta serietà: la Scudieri non si fa alcun problema a discorrere dei problemi dell’autografia, e dunque dell’annoso, enorme problema dei collaboratori che hanno aiutato il Maestro nella realizzazione dell’opera - questioni su cui, ovviamente, si può in alcune parti dissentire senza che questo tolga nulla al piacere della lettura. Le questioni stilistiche sono quindi puntualmente approfondite, così come i temi iconografici.
Una lettura piacevole e istruttiva, accompagnata da ottime riproduzioni: un mix che, come non ultimo merito, non può che spingere il lettore ad approfondire la conoscenza dell’Angelico, e a visitare quanto prima il Museo di San Marco.






Francis Haskell, Arte e linguaggio della politica. SPES 1978

Una raccolta di saggi, conferenze e recensioni che in larga parte riguardano l’arte e la cultura artistica dell’Ottocento nei suoi vari aspetti: dall’arte d’avanguardia a quella accademica e ufficiale, al rapporto tra la critica d’arte e le nuove ideologie politiche, fino a questioni inerenti iconografie tipiche e temi sociologici.
Un libro che, tutto sommato, si può definire come “libro d’occasione”: non siamo forse di fronte al libro più famoso o importante di Haskell. Eppure, credetemi, ciò non toglie nulla alla sua bellezza: lo studioso ci fa realizzare un viaggio in uno dei secoli più importanti della storia dell’arte tramite uno sguardo spesso “periferico”, che cioè non teme di “sporcarsi le mani” trattando di artisti minori e opere ormai quasi del tutto sconosciute: in questo modo viene esaltata la complessità e la contraddittoria ricchezza della pittura (ma anche della grafica) dell’Ottocento.
Tra i saggi più belli: quello sul tema del pagliaccio triste, dominante nella pittura ottocentesca e oltre; quello
- tra i più lunghi della raccolta - sulla fortuna dei dipinti con protagonisti gli artisti del passato, di cui Haskell svela i moventi di autoaffermazione sociale e immedesimazione; o, ancora, il saggio sui biografi ottocenteschi di Michelangelo, davvero interessante in quanto mostra come la vicenda e l’opera di un artista possa essere anche deliberatamente manipolata per rispondere al clima culturale dell’epoca.
Tra i meriti poi del libro, v’è il fatto che la sua lettura è estremamente piacevole: Haskell parla un linguaggio chiaro, diretto, che va al sodo senza giri di parole e preziosismi inutili.






Claudio Zambianchi, Arte contemporanea: dall’Espressionismo Astratto alla Pop Art, Carocci 2011.

L’arte del secondo Novecento non vi piace, o peggio, non riuscite proprio a capirla? Bene, se siete muniti dell’apertura mentale necessaria per approcciare una produzione artistica tanto particolare, questo libro di Claudio Zambianchi può essere un buon punto di partenza per cominciare a comprendere!
Si tratta di un libro chiaramente divulgativo, volutamente didattico, che ha il compito di aprire il lettore all’arte dell’Informale (europeo e americano) e di quelle correnti, come il Neo Dada, che anticipano la Pop Art; ma anche a fenomeni come l’happening e alla stessa Pop Art, sono dedicate pagine specifiche. Il tutto è qui presentato in maniera chiara e diretta; ma – e appare ovvio se conoscete l’autore – la semplicità della scrittura non toglie nulla alla serietà del libro: divulgazione, insomma, ma divulgazione di qualità lontanissima dalle favole dei vari imbonitori televisivi.
In ogni capitolo vengono analizzati singolarmente gli artisti più importanti del periodo, da Fautrier a Warhol, da Fontana a Pollock, con un’attenzione particolare al più generale contesto artistico: per esempio si discutono i concetti coniati dalla critica d’arte del periodo appositamente per le nuove manifestazioni artistiche, e dunque si trattano personaggi essenziali come Clement Greenberg, Harold Rosenberg e Michel Tapié; oppure si prendono in considerazione le più ampie questioni storiche e sociali che portano, conseguentemente all’avvento dei regimi dittatoriali e all’emigrazione di tanti grandi artisti dell’avanguardia europea, all’inedito ruolo di guida dell’arte americana.
Una lettura, insomma, piana e piacevole, realmente istruttiva.







L.Carletti, C.Giometti, Le due facce della Croce. Giunta Pisano tra un profumiere ebreo e le leggi di Bottai, Edizioni ETS 2012

L’indagine sulle opere d’arte non può fermarsi al momento della loro creazione: esse hanno una esistenza materiale estremamente interessante, e spesso fondamentale per la loro comprensione – restauri, fortuna critica, passaggi di proprietà, decurtazioni. Così le opere d’arte, in quanto oggetti storici, possono intrecciare la loro esistenza con la Storia e con le tante piccole storie che fanno l’insieme dell’avventura umana.
È il caso del Crocifisso duecentesco, dipinto nell’ambito di Giunta Pisano, protagonista della vicenda narrata in questo bel libro di Lorenzo Carletti e Cristiano Giometti; è una vicenda che si svolge a Pisa, prevalentemente negli anni del fascismo e della persecuzione degli ebrei: i comprimari sono storici dell’arte (per esempio Cesare Brandi, il primo a rifiutare l’ormai tradizionale attribuzione a Giunta), gerarchi fascisti e soprintendenti; più di tutti, però, le suore del convento pisano a cui l’opera apparteneva e Sigismondo Jonasson, magnate ebreo della profumeria che, nell’illusione di sfuggire alle persecuzioni, ebbe un ruolo determinante nell’affare che portò il Crocifisso dal convento alle collezioni pubbliche.
È una lettura molto bella, in cui il contesto artistico e la complessa situazione politica di quei tempi travagliati sono efficacemente connessi, mostrando, oltretutto, l’ambiguità di alcuni personaggi più e meno importanti: per esempio quel Giuseppe Bottai che, con le sue leggi del 1939, pose le basi per la moderna tutela del patrimonio culturale, e che allo stesso tempo fu convinto promotore delle infami leggi razziali.






E.H.Gombrich, Dal mio tempo. Città, maestri, incontri, Einaudi 1999

Un libro di ricordi, memorie, bilanci, di uno dei maestri della Storia dell’arte.
Un libro fortemente autobiografico in cui, nei ricordi di Ernst H. Gombrich, la storia della disciplina si intreccia ai più grandi sommovimenti della Storia e alle più “piccole cose” della vita dello studioso: i suoi genitori, le sue frequentazioni, il professore di liceo; si viene così a creare come una ragnatela di fatti e nomi che ci restituiscono un ritratto più ampio di Gombrich e del suo mondo. Tutto, o quasi tutto, ha come sfondo la Vienna tra l’inizio del Novecento e l’avvento del nazismo.
Così Gombrich ci parla, in pagine preziose per la storia della critica d’arte, del suo maestro Julius von Schlosser e della sua esperienza al Warburg Institute; per poi tornare, in due tra gli scritti più interessanti del volume, al problema ebraico: in particolare Gombrich, in pagine lucidissime, attacca risolutamente l’idea dell’esistenza di una “cultura ebraica”: «La mia esperienza conferma in definitiva l’esistenza di ebrei colti, ma conferma anche, spero, che la cultura in possesso di questi ultimi non era ebraica»; «Ammettiamo pure che alcuni esponenti del Circolo fossero o potessero essere ebrei: ebbene, a chi interessa? La risposta è semplice. Interessa a Hitler».
Insomma questo è un libro - composto da scritti “di occasione” - che rappresenta il bilancio di una vita: e anche in questo sta il suo fascino, non solo negli spunti di storia e metodologia della critica d’arte, che pure sono sparsi a piene mani.


3 commenti:

  1. Consigli illuminanti e sempre più ricchi. Buone feste all'autore e ai lettori!

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  2. Consigli illuminanti e sempre più ricchi. Buone feste all'autore e ai lettori!

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