lunedì 30 maggio 2016

Un plagio giottesco a Pietro Toesca

Giotto, Dio padre in trono, 1303-05. Padova, Musei Civici, Museo d'arte medievale e moderna


Nella travagliata storia critica di Giotto può succedere di tutto, anche che si falsifichino e omettano dei dati essenziali pur di avallare la propria traballante posizione critica.
Per esempio, in un saggio del 2006 di un insigne studioso di pittura romana del Duecento, Alessandro Tomei, si legge una falsità grave: «l'annosa questione dell'alunnato di Giotto presso Cimabue che si regge esclusivamente sulle fragili gambe della notizia vasariana»1. Ora, qualsiasi giottista alle prime armi sa che la notizia la dà, prima di Vasari, Lorenzo Ghiberti; e Ghiberti, come sa qualunque medievista della domenica, è la fonte in assoluto più attendibile per la pittura del Duecento e del Trecento, uno non certo avvezzo a perdersi negli aneddoti fantastici: la notizia di Ghiberti, dunque, ha, insieme ai dati stilistici e tecnici evidentissimi un'importanza fondamentale, tale da non potersi omettere in nessun caso.
Tomei incredibilmente (e provvidenzialmente) “dimentica” Ghiberti (eppure un capolavoro assoluto della critica giottesca come La pecora di Giotto di Luciano Bellosi2 si apre ricordando la notizia ghibertiana!): e con una “dimenticanza” del genere3, ecco che l'insostenibile tesi di un Giotto slegato da Cimabue e legato invece a Roma (vera culla della rinascita dell'arte italiana, secondo una delle più labili convinzioni della scuola romana di Storia dell'arte medievale4) acquista una legittimità che invece, dati documentari e stilistici5 alla mano, ovviamente non ha.
Dimenticanza per ignoranza o disonestà? Ognuno risponda a modo suo.

Anche per questo, quando ho acquistato il catalogo della recente mostra milanese di Giotto curata da Serena Romano (catalogo pubblicato da Electa), leggendo l'indice una domanda mi è sorta spontanea: perché, fra tutti quegli importanti studiosi giotteschi, compariva pure il nome di Alessandro Tomei?
Ma devo ammetterlo: nonostante le aspettative pressoché nulle, il saggio di Tomei contenuto nel catalogo mi stupì non poco! Dopo aver concluso la lettura, pensai sinceramente di aver letto finalmente un saggio giottesco di Tomei degno di essere ricordato; e pensai che questo studioso, tenuto dai curatori del catalogo oculatamente lontano dalla stranamente ancora dibattuta “questione giottesca” di Assisi,6 avesse finalmente offerto un contributo serio agli studi giotteschi.
Infatti, analizzando il Dio Padre della cappella Scrovegni il Nostro giungeva, tramite una interessante analisi iconografica, a scorgere dei paralleli tra Giotto e miniature realizzate forse a Costantinopoli nel XII secolo, le Omelie mariane di Giacomo di Kokkinobaphos: paralleli troppo stretti per essere casuali. Così scrive Tomei: «Qui la scena della missione affidata a Gabriele è infatti raffigurata in miniature tabellari […] la cui analogia con la soluzione iconografica adottata da Giotto è davvero evidente; Dio “Padre” è giovane e imberbe, a sottolineare l'identità con il Cristo Salvatore ed è circondato dalle schiere angeliche. Anche qui l'Eterno è affiancato da quattro angeli, due dei quali addirittura siedono sul trono con lui. Differisce dalla composizione padovana la figura di Gabriele, che appare due volte, una con le mani protese verso Dio, l'altra mentre vola in picchiata verso il compimento della sua missione terrena. […] È quindi ragionevole pensare che l'estensore del programma iconografico della cappella possa essere stato a conoscenza di questo tipo di immagini, anche considerando l'impatto che sull'iconografia mariana ebbero le Omelie di Giacomo di Kokkinobaphos».
Sì, mi dissi dopo aver letto il saggio tomeiano, questo studioso da me tanto disprezzato ha scritto una cosa bellissima, criticamente arguta, importante per ricostruire la cultura figurativo di Giotto!


Giotto, Missione dell'arcangelo Gabriele, 1303-05. Padova, cappella Scrovegni.


Un paio di mesi fa, però, la cocente delusione...
Pietro Toesca è universalmente considerato come uno dei padri della Storia dell'arte medievale; uno studioso che, fra le altre cose, nel 1941 ha dedicato a Giotto una monografia così importante da farlo ritenere da Giovanni Previtali il più eminente studioso del grande artista fiorentino.7 E davvero sono tantissimi gli aspetti dell'arte giottesca che, sviscerati dagli studi successivi, Toesca aveva presentito, annunciato, o per primo indagato e scoperto.
Insomma, la monografia di Pietro Toesca è un punto fermo degli studi su Giotto, un libro che anche il più scarso dei giottisti non può non aver letto: e infatti anche Tomei non fa eccezione a questa regola. La scoperta iconografica di Tomei è, in realtà, proprio di Toesca che, in maniera più essenziale ma inequivocabile e puntuale, crea per primo il collegamento “scoperto” da Tomei.
In uno dei memorabili passaggi dedicati alla complessa cultura visiva di Giotto, Toesca scrive: «chi penserebbe […] che le illustrazioni delle Omelie del monaco Giacomo, miniate a Costantinopoli nel secoli XI e XII, quali in manoscritti di Parigi (Bibl.Nazionale) e della Biblioteca Vaticana, ci diano il chiarimento particolareggiato, quasi nelle scene successive di un dramma sacro, del grande affresco sull'arco trionfale della cappella dell'Arena rappresentante la missione che l'Eterno dà a Gabriele di annunciare la Incarnazione?».8

Insomma, quello che Tomei ha “scoperto” nel suo saggio del 2015, Toesca lo aveva già scritto nel 1941. Anche Toesca, come Lorenzo Ghiberti nell'altro saggio prima citato, non è stato citato da Tomei (nemmeno in nota); anche stavolta la domanda è la stessa: disonestà o ignoranza?

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1 A.Tomei, Arnolfo e la pittura centroitaliana del tardo Duecento: innovazioni e recuperi, in V.F.Pardo (a cura di), Arnolfo e la sua epoca. Costruire, scolpire, dipingere, decorare, Atti del convegno, Viella 2006.
2 Questo autentico capolavoro degli studi su Giotto e la pittura italiana (anche romana!) della fine del Duecento, pubblicato da Einaudi nel 1985, è stato ripubblicato nel 2015 dalla benemerita Abscondita.
3 Tomei dimentica la cosa anche nell'esemplare saggio Giotto e l'antico (in A.C.Quintavalle, Medioevo. Il tempo degli antichi. Atti del Convegno, Electa 2006). Questo saggio è esemplare perché mette in evidenza il modo di Tomei di approcciare Giotto: un modo che sistematicamente sminuisce Giotto in favore di Pietro Cavallini, l'idolo del nostro studioso, adattando ai propri fini dati tecnici (l'invenzione dell'affresco, che, bisogna ripeterlo, si vede per primo in Cimabue), figurativi (l'idea che i celebri Coretti di Padova siano anticipati dal solito Cavallini), cronologici (le date di Cavallini a Santa Maria in Trastevere e in Santa Cecilia, non lo si dice mai abbastanza, sono fondate su supposizione e nulla più), e documentari – davvero straordinario il modo in cui Tomei legge a modo suo Vasari.
4 Il colmo dell'esagerazione si può leggere nell'introduzione dell'importante volume Roma nel Duecento in cui Angiola Maria Romanini, curatrice del volume, sostiene addirittura che Roma «non solo e non tanto si allinea a traguardi che l'arte europea perseguiva da almeno mezzo secolo, li supera d'un balzo, imperiosamente imponendosi alla guida del pensiero occidentale», e che bisogna accettare «la posizione guida assunta da quest'ultima a livello europeo non è un'ipotesi critica ma una realtà di fatto, come tale, indiscutibile». L'estremismo di una simile invenzione storiografica sarà evidente a chiunque conosca un minimo le vicende del Gotico italiano ed europeo.
5 Le prove stilistiche della giovinezza cimabuesca di Giotto sono evidenti: purché, ovviamente, si sappia leggere lo stile e/o non si rimanga condizionati dai propri preconcetti. Non vi accenno nemmeno una lista degli studiosi che hanno rilevato tutto ciò perché sarebbe quasi infinita.
6 Giorgio Bonsanti scrive parole da scolpire: e cioè che la “questione giottesca” della Basilica Superiore di Assisi «per coloro che sono in buona fede o provvisti degli strumenti basilari del mestiere dovrebbe considerarsi per la massima parte superata» - G.Bonsanti, «Doctissimamente». La Croce di Ognissanti nella questione giottesca, in M.Ciatti (a cura di), L'officina di Giotto. Il restauro della Croce di Ognissanti, Edifir 2010.
7 G.Previtali, Giotto e la sua bottega. La prima edizione di questo libro è del 1967: trattasi di uno dei capolavori assoluti della critica giottesca.

8 Cito dall'edizione Utet del 1945, pp.167-168

4 commenti:

  1. li supera d'un balzo, imperiosamente imponendosi alla guida del pensiero occidentale», e che bisogna accettare «la posizione guida assunta da quest'ultima a livello europeo non è un'ipotesi critica ma una realtà di fatto, come tale, indiscutibile».
    Leggendo una frase del genere mi aspettavo che si trattasse di un libro di epoca fascista, dove retorica pomposa e celebrazione di Roma andavano di pari passo. E invece è del '91!
    Fra l'altro me la ricordavo esperta di arte medievale lombarda, quando ha avuto la conversione sulla via di Roma capoccia? :D

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  2. Beh, tra le altre cose la Romanini è stata senza dubbio la principale studiosa di Arnolfo di Cambio: sicuramente in certe cose ha esagerato (per esempio l'improponibile identificazione di Arnolfo col "Maestro di Isacco", che in realtà altri non è che Giotto), però su quell'artista ha scritto cose davvero importanti.

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  3. Davvero interessante l'articolo. Ciò che mi lascia interdetta è che mi sono imbattuta in queste considerazioni proprio ora, mentre sto preparando all'università un esame di Storia dell'Arte Medievale, e il mio insegnante è proprio Alessandro Tomei D:

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