lunedì 4 aprile 2016

Giotto e i francescani in un mediocre libretto di Julian Gardner

Giotto, Stigmatizzazione di san Francesco, 1320 ca. Firenze, Santa Croce, cappella Bardi


La cosa che si impara dalla lettura di Giotto e i francescani. Tre paradigmi di committenza di Julian Gardner, recentemente tradotto da Viella, è la sgangheratezza di questa disciplina chiamata Storia dell'arte: basta infatti una paginetta dell' “insigne studioso” di turno svegliatosi con la luna storta per far precipitare gli studi giotteschi indietro di cinquant'anni.
In maniera del tutto inspiegabile (e inspiegata!), Gardner revoca due punti fermi della ricostruzione della carriera di Giotto: e cioè che la cappella Peruzzi sia realizzata prima della cappella Bardi (ambedue le cappelle in Santa Croce a Firenze), e la datazione intorno al 1308 della cappella della Maddalena nella Basilica Inferiore di Assisi.1
Tutto ciò, dicevo, in maniera del tutto ingiustificata: Gardner, per quanto riguarda il primo punto, scrive che «la conferma viene dai dati di tecnica pittorica e di stile»: quali? Il Nostro ovviamente non li espone, dato che non esistono. La prova dello stile ci dice quello che sappiamo da decenni2, e cioè che la cappella Peruzzi è la prima opera monumentale di Giotto sopravvissuta a Firenze, e che la cappella Bardi segna invece un momento decisamente successivo (per stile, organizzazione spaziale e compositiva, formazione di allievi come Maso di Banco).

Forse il problema di Gardner è che con l'analisi stilistica (cioè il momento principale della Storia dell'arte) non è troppo a suo agio: come spiegare sennò l'assunto metodologico per cui «I tentativi di fissare cronologie assolute dell'opera di grandi pittori sulla base dei panneggi e dei dettagli fisionomici delle poche pitture sopravvissute sono assurdamente riduttivi, e di impossibile dimostrazione»? Per Gardner, insomma, la storia di un artista come Cimabue (che deve essere forzatamente una storia stilistica) non si può fare, e una delle più grandi personalità dell'arte occidentale, che nonostante le tante e gravissime perdite ci risulta ben chiara nella sua grandezza, rimarrebbe nebulosa: peccato che alcuni studiosi, che l'analisi stilistica la sapevano fare, hanno dimostrato l'esatto contrario.3

Serena Romano, traduttrice del libro, nella presentazione sostiene due cose alquanto curiose.
La prima è in riferimento all'analisi dello stile, «la cui suprema qualità pure Gardner certo non trascura e invece osserva e analizza»: non solo, per i motivi suddetti, la capacità di Gardner di leggere lo stile non si vede (e non dico niente dell'idea, altrettanto curiosa, di porre le Vele francescane della Basilica Inferiore di Assisi dopo la cappella Bardi – temi di cui ho scritto QUI), è proprio che qui lo stile non è analizzato affatto, ma solo tristemente lasciato a conclusioni perentorie e arbitrarie, non spiegate, che lasciano il tempo che trovano: torno all'insensatezza assoluta di porre la Bardi prima della Peruzzi4, o alla indecifrabile conclusione per cui nella cappella Scrovegni – sentenzia il Nostro - ci sarebbero niente meno che «veri e propri errori».
La seconda è che questo libretto sarebbe utile agli studenti italiani perché, secondo la Romano, «troveranno in queste pagine un modo di avvicinarsi all'opera forse meno consueto negli studi italiani, e quindi non solo stimolante, ma fondamentale per ampliare il loro raggio di esperienze e per offrire loro possibili piste, nuovi approcci». Addirittura! Diciamo le cose come stanno: questo è semplicemente un normale e comunissimo studio di iconografia e di storia sociale dell'arte, uno studio del tutto in linea con una tradizione anglosassone che in Italia conosciamo bene e che nel 2016 ha, da un punto di vista metodologico, ben poco da sorprendere5 – giusto per dire, insomma, che non è che qui in Italia siamo proprio con l'anello al naso, e che il motivo vero alla base di questa traduzione rimane sinceramente oscuro.

Cos'altro aggiungere? Onestamente non saprei, perché la cosa che più mi ha lasciato questo libretto è un gran vuoto: non riesco a trovare contenuti seri su cui poter discutere ulteriormente.
Certo, qualcosa di interessante a livello iconografico c'è, ma quel qualcosa è davvero poco per giustificare i 24 euro del libro: nemmeno l'apparato iconografico, del tutto risibile, giustifica la spesa. E forse il pregio vero di questo libro è di essere breve: meno di 140 pagine tutte per metà riempite di dottissime note, che quindi portano via poco tempo per essere lette.

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1 Senza citare studi di difficile reperimento, basti pensare che perfino nel mediocre Art Dossier Giotto. La pittura di Alessandro Tomei, queste due certezze critiche non vengono messe in discussione.
2 Si veda almeno il capolavoro di Ferdinando Bologna Novità su Giotto. Giotto al tempo della cappella Peruzzi, Einaudi 1969, vero spartiacque degli studi su questo argomento. Ci tengo ad aggiungere che questa cosa l'aveva già capita Pietro Toesca nella sua stupenda monografia giottesca del 1941: e l'aveva capita (grande occhio di conoscitore!) nonostante lo stato falsato in cui a quella data si trovavano le due cappelle - di questo capolavoro della critica giottesca vi parlerò quanto prima, anche a proposito di un plagio recentemente subito dal grande studioso. 
3 L.Bellosi, Cimabue, 1998 e 2004. Ne approfitto per consigliarvi nuovamente questo autentico capolavoro degli studi sulla pittura duecentesca italiana.
4 Sulla cappella Peruzzi stanno maturando seri studi scientifici, che si preannunciano davvero importanti, condotti da Alessio Monciatti e Cecilia Frosinini: i primi risultati potete leggerli QUI
5 Senza abbozzare una inutile e incompleta storia della vasta fortuna italiana della storia sociale dell'arte e degli studi iconografici e iconologici, basti dire che un classico che tratta in parte gli stessi argomenti di Gardner da una prospettiva sociologica, Florentine Painting and its Social Background di Frederik Antal, è stato pubblicato in Italia da Einaudi nel lontano 1960.

L'immagine del post è tratta da Web Gallery of Art