giovedì 1 marzo 2018

Considerazioni sul furto alla Pinacoteca di Faenza

Maestro di Faenza, Crocifissione e Discesa al limbo. Faenza, Pinacoteca comunale


Quando pochi mesi fa ho visitato per la prima volta la Pinacoteca comunale di Faenza, sono rimasto sorpreso dalla bellezza e dalla ricchezza di questo museo: l'ennesima riprova che l'Italia è disseminata di musei bellissimi e “piccoli” solo sulla carta, in barba alla retorica tanto idiota quanto ignobile dei “Grandi Musei” propagandata da Franceschini e accoliti.
Subito segnalai questo museo – che oltre che bello, mi è sembrato al solito ben poco visitato – sulla pagina Facebook di questo blog; purtroppo ieri la Pinacoteca faentina è salita agli onori della cronaca per un fatto orribile: il bellissimo dipinto dell'ultimo quarto del Duecento che in due registri mostra la Crocifissione e la Discesa al limbo è stato rubato.

Si tratta di una perdita gravissima.
La pittura romagnola del Duecento è un ambito dell'arte medievale italiana funestato dalle perdite e dalle distruzioni: già solo questo rende ogni testimonianza di quell'ambiente di grande importanza storica. In questo caso specifico, poi, siamo di fronte a un'opera di grande qualità artistica, appartenente al corpus del cosiddetto Maestro di Faenza. La tavola faceva parte di un più ampio ciclo cristologico in parte smembrato e diviso in vari musei e in parte perduto, di cui si possono ammirare altre tre tavole anche nella Pinacoteca Nazionale di Bologna – anche se personalmente questo accorpamento attributivo convince in parte. Anzi, un'altra tavola della serie, con Gesù che si spoglia per salire sulla croce, pure appartenente alla pinacoteca bolognese, sparì negli anni Sessanta del secolo scorso.
La rilevanza storica di questo dipinto e degli altri accorpati sotto il nome del Maestro di Faenza è ben testimoniata anche dalla loro presenza in alcune mostre di grande rilevanza storiografica: penso alla grande mostra del 1995 sulla pittura riminese del Trecento, o a quella del 2000 sull'arte del Duecento a Bologna. Non sorprende, quindi, che il libro del 2006 di Anna Tambini sull'arte medievale a Faenza e nel suo territorio avesse in copertina proprio la riproduzione di questo dipinto.
A ulteriore pregio dell'opera c'è anche la sua particolarità iconografica: se già la presenza di san Pietro è cosa rara in una Crocifissione, la scena inferiore è sotto questo punto di vista un vero enigma; generalmente la si considera una Discesa al limbo – cosa che a me sembra più probabile, nonostante la sua stranezza – ma le sue peculiarità hanno indotto a considerarla anche come una Assunzione di san Giovanni Evangelista.
Siamo insomma di fronte a un'opera mirabile sotto diversi punti di vista, il cui furto è fatto davvero doloroso e inaccettabile.

Al di là della tristezza per la perdita – che speriamo sia solo momentanea come nel caso recente delle opere del Museo di Castelvecchio a Verona – c'è un punto che bisogna sottolineare: e riguarda ancora la citata retorica dei “Grandi Musei”. Mentre si accentrano le attenzioni politiche e mediatiche su poche realtà fatte assurgere a rango di grandi emergenze in base a criteri quantomeno opinabili (per quale strambo motivo la Pinacoteca Nazionale di Bologna o quella di Siena non sono “grandi” musei?), un intero tessuto di musei è lasciato in condizioni spesso precarie.
La Pinacoteca comunale di Faenza, per esempio, apre grazie a pochi volenterosi non in grado di controllare un museo che conserva tante e importanti opere: così non sorprende che la tavola del Maestro di Faenza sia stata probabilmente rubata durante i normali orari di visita. Mancanza di personale e poche risorse: la Pinacoteca di Faenza non è nemmeno dotata di telecamere di sorveglianza, il che, per un museo che possiede opere fondamentali è davvero scandaloso (penso, nello stesso corridoio della tavola rubata, alla magnifica Croce dipinta del Maestro dei Crocifissi francescani o alla stupenda tavola – pure di piccole dimensioni – che è uno dei pochi capolavori a noi giunti del grande Giovanni da Rimini).
E no, non venitemi a dire che il Ministero e lo Stato italiani non c'entrano nulla in questa storia: perché sarà anche vero che la Pinacoteca di Faenza è un museo comunale, ma è altrettanto vero che le opere che custodisce appartengono al patrimonio culturale italiano. E quel patrimonio lo Stato ha il dovere di preservarlo, controllando che i musei siano in sicurezza e col personale adeguato. Investendo risorse e mettendoci soldi. Ma finché ai vertici del Ministero dei beni culturali avremo gente interessata alla facile propaganda dei “Grandi Musei” - i cui risultati sono poi tutti da verificare –, istituzionalizzando (e questa è la cosa gravissima) la distanza tra poche eccellenze e un tessuto connettivo superbo e marginalizzato, vicende come quella della “piccola” Pinacoteca di Faenza non potranno sorprendere più di tanto.

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